Julieta - CineFatti

Julieta (Pedro Almodovar, 2016)

Due piani di lettura, una voce: così fallisce Julieta di Almodóvar – di Fausto Vernazzani.

Guardando Julieta si affollano sensazioni contrastanti, si cede all’affetto per Pedro Almodóvar, col suo stile dai colori sgargianti e devoto agli anni tra la fine degli Ottanta ai Duemila, e allo stesso tempo si ha la sensazione di osservare il risultato di un’emulazione pigra dei suoi classici. Anni luce dall’orrido Gli amanti passeggeri eppure proprio per quanto appena detto bisogna considerarli a loro modo fratello e sorella: il regista spagnolo con la farsa in volo richiamava ai suoi esordi goliardici e spinti, con Julieta invece, come lui stesso dichiara, si ha un ritorno al suo cinema delle donne, abbandonato in realtà solo nel 2009.

Almodóvar ricicla sé stesso, stavolta ispirandosi a tre racconti del premio Nobel Alice Munro da cui ha tratto fuori la storia di un dolore immenso: la perdita di un figlio. Emma Suárez è Julieta, donna di mezza età pronta a cambiare vita trasferendosi in Portogallo col suo Lorenzo, finché un incontro casuale con Bea riapre una ferita tenuta a bada per anni: Bea in un viaggio al Lago di Como ha incontrato Antía, sua vecchia amica, unica figlia di Julieta, di cui non ha avuto notizie per oltre 12 anni. Poche parole sulla vita di Antía bastano a riaprire la piaga e a spingere Julieta a cercarla ancora, dentro di sé, in un racconto del proprio passato.

Così, non senza una dose di eccessivo sensazionalismo, la palla passa ad Adriana Ugarte, giovane Julieta di cui vedremo scorrere la vita dagli anni in cui lavorava come supplente di letteratura classica con capelli pseudo-punk e abiti  fino alla scomparsa improvvisa di Antía. La Spagna è trafitta da parte a parte, Madrid è l’ovvio centro da cui passa una lancia che perfora la penisola dall’Andalusia alla Galizia, dalla terra al mare, guardando in distanza ai monti Pirenei e dando vita a un corpus geografico onnicomprensivo dove la Julieta adulta appare come Ulisse in una nazione navigabile da cima a fondo: la pace è fuori dallo schermo.

Un insieme di oggetti e rimandi espliciti, talvolta esposti come Julieta fosse il profilo instagram del regista, che accompagnati ai personaggi affissi sulle pareti colorate o decorate sullo sfondo, costruiscono la classica poetica di Almodóvar. La sceneggiatura è però un orrore e le varie componenti tecniche sembrano essere in contrasto l’una con l’altra se non addirittura troppo didascaliche in alcuni casi: musiche e dialoghi parlano con la voce del thriller creando aspettative hitchcockiane su binari pienamente drammatici, la fotografia si diletta invece in spiegare con estrema semplicità quanto tutto il resto vuol vendere a caro prezzo.

Non serve la mitica Rossy De Palma in un ruolo fuori dai suoi schemi, Almodóvar scrive una sceneggiatura priva di una direzione precisa, con un’idea in testa che non corrisponde all’unione degli elementi tecnici e artistici. Costruisce una tensione mal riposta, incita lo spettatore a ritrovare dei dettagli con cui sostenere possibili teorie su cosa sia accaduto, tutte speranze defunte giunti a ormai un’ora di film. A quel punto gli aspetti più interessanti saranno le metafore di contorno, quelle donne in coma o allettate tradite dai loro mariti, quegli uomini piatti, un po’ infantili, da cui si separa solo il buon Lorenzo della Julieta adulta.

Julieta richiede così un secondo piano di lettura, offerto in conclusione su un piatto modesto, impone al pubblico un cambio di rotta che rende vano ogni sforzo di Almodóvar e ci porta a riflettere sui dolori patiti dalle donne, tutti in qualche modo legati al tema dell’abbandono. Se solo il testo avesse tenuto fede a quest’intento ora guarderemmo a Julieta con rispetto, tuttavia è uno di quei casi in cui un’indecisione in cabina di regia può portare in fallo l’intero progetto: Almodóvar stavolta è inciampato, senza fracassarsi il cranio come con Gli amanti passeggeri, ma è comunque un secondo passo falso. Intanto che esce il suo prossimo film tra qualche anno, riguardiamoci a raffica capolavori come Legami! o La pelle che abito.

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