Au hasard Balthazar - CineFatti

Au hasard Balthazar (Robert Bresson, 1966)

Au hasard Balthazar: la recensione di Francesca Paciulli.

Chissà se Spielberg, nel portare sullo schermo le vicende del cavallo di War Horse, si è in qualche modo ispirato al malinconico Au hasard Balthazar di Robert Bresson.

Probabilmente no, perché il regista di Hollywood partiva dal romanzo per ragazzi di Michael Morpurgo e da un successivo adattamento per il teatro. Eppure qualche punto di contatto con il film francese del 1966 qua e là si rintraccia. A cominciare dal protagonista – per Spielberg un cavallo inglese partito per il fronte, per Bresson un modesto asinello – che filtra attraverso il suo sguardo e i suoi patimenti le dinamiche della storia.

Più di quaranta anni dividono i due film, eppure nel confronto la malinconia, la forza e il rigore del film in bianco e nero di Bresson vincono a mani basse sulle immagini gonfie di retorica di Spielberg. Balthazar è un asinello e il film del regista e sceneggiatore francese è la cronaca asciutta e impietosa del suo passare di padrone in padrone. Alcuni duri e crudeli, altri teneri e compassionevoli, come la giovane e sfortunata Marie (a cui presta il volto d’angelo Anne Wiazemsky, futura musa di Godard), che dopo averlo lasciato per volere del padre, continua a seguire le sorti dell’animale assorbendone le pene e attirandosi, quasi in un gioco di specchi, la stessa cattiveria umana.

E Balthazar, lontano da Marie, porta avanti la sua vita, crudeltà dopo crudeltà, sotto i colpi di bastone, deriso in un circo, fiaccato da pesi che annientano il fisico e lo spirito, girando per ore la ruota di un pozzo agli ordini di padroni sadici e insensibili.

Ispirato per ammissione di Bresson ad un passaggio de L’Idiota di Dostoevskij, Au hasard Balthazar è tornato in sala in questi giorni grazie al restauro dei francesi di Argos Film nell’ambito del progetto Il Cinema ritrovato della Cineteca di Bologna, resistendo intatto al passare degli anni, in tutta la malinconica dolcezza e la spietata crudeltà che Bresson, maestro del minimalismo, riesce a comunicare.

Esemplare la scena della violenza su Marie, più suggerita che mostrata (con il gesto rapace di Gérard che si stringe al fianco l’inconsapevole fanciulla). Con dialoghi scarni e immagini semplici la miseria e la bassezza dell’uomo arrivano allo spettatore in tutta la loro verità: il sadismo, la frustrazione, ma anche l’incapacità di chi vorrebbe ma non può.

Come la tormentata Marie che, persa l’innocenza per mano di Gérard (François Lafarge), si indurisce nello sguardo e nel cuore. Ed è per lei impensabile guadagnarsi un ritaglio di felicità con il primo amore, Jacques. Forse anche per questo per Balthazar non ci sarà via di scampo. Ed è difficile non sentirsi tutti un po’ colpevoli di fronte al triste epilogo dell’animale sulle struggenti note di Schubert.

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