Ascensore per il patibolo - CineFatti

Ascensore per il patibolo (Louis Malle, 1958)

Ascensore per il patibolo: il ritorno al cinema – di Francesca Paciulli.

Impossibile immaginare Ascensore per il patibolo senza l’ammaliante bianco e nero di Henri Decae. I tagli di luce raccontano al pari dei dialoghi, così come il sottofondo musicale di Miles Davis.

Gli occhi allargati dalla paura e dal senso di colpa di Julien (Maurice Ronet) sono tutto ciò che ci viene mostrato in alcune sequenze del film. E terrorizzano, più dell’omicidio di cui si è macchiato prima di restare intrappolato nell’ascensore del palazzo. Così come l’incedere nervoso e altero della sua amante Florence (Jeanne Moreau) nelle strade umide di pioggia di una Parigi notturna.

L’esordio registico di Louis Malle (1957) è tornato nei giorni scorsi nelle sale italiane nella versione restaurata dalla casa di produzione francese Gaumont, distribuito dalla Cineteca di Bologna nell’ambito del progetto Il Cinema Ritrovato.
Un primo film per cui il regista francese, all’epoca poco più che ventenne, si ispirò al romanzo omonimo di Noël Calef, scrittore francese di origine bulgara che mette al centro del racconto due coppie di amanti che non potrebbero essere tra loro più diverse.

Ma è il film a esplodere per personalità grazie agli interpreti (Moreau su tutti) e grazie alla tromba jazz di Davis che descrive, sottolinea e attrae al pari delle immagini.
La storia (molto cara a Hitchcock che ne aveva dato già una sua versione nel 1954 affidandosi all’algido fascino di Grace in sottoveste) è quella del delitto perfetto. Che però, sappiamo tutti, non esiste. Lo scoprono sulla loro pelle gli amanti clandestini Florence e Julien, lui crede che basti liberarsi del marito di lei per vivere il loro amore liberamente. Non ha fatto i conti con un ascensore bloccato. E con il fato ineluttabile che mette sulla sua strada due ragazzetti a caccia di emozioni forti.

C’è più di un assaggio di Nouvelle Vague in Ascensore per il patibolo: dialoghi asciutti, sguardi in camera, una tensione palpabile e costante sottolineata da tagli netti di luce. Uno stile scarno ed essenziale al servizio di una pellicola sospesa tra noir puro e dramma psicologico. Anche perché è evidente che a Malle non interessa tanto inerpicarsi lungo l’inevitabile linea gialla della storia, ma scandagliare i sentimenti dei suoi due amanti – come del resto farà anche in Les amants, sempre con la Moreau. Ed è proprio in questa sfera che dà il suo meglio, inondando il film di malinconia e senso di ineluttabilità ricevendo un grande aiuto dalla Moreau, capace di esprimere emozioni anche senza parlare, nella mobilità dello sguardo, nella tensione del volto spigoloso. E di assegnare molteplici sfumature a una figura femminile, quella della amante appassionata e gelosa Florence, che nel romanzo di Calef era appena abbozzata. La sceneggiatura di Malle deliberatamente amplia la trama per dare spazio e vita alla storia d’amore, anche se i due amanti non si incontreranno per tutta la durata del film. È proprio nella ricerca spasmodica del suo Julien da parte di Florence che lo spettatore viene assorbito dal film, a sua volta inseguito dalle incessanti note di Miles Davis che il regista, grande appassionato di jazz, conobbe per caso a Parigi e coinvolse nel progetto.

Il film era già in fase di montaggio e Malle stava per scegliere la musica quando Davis arrivò a Parigi per suonare in un club. E la magia si compie, con il musicista che per una notte intera improvvisa guardando il girato, dando vita a una colonna sonora indimenticabile.

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