Sylvester Stallone

Sylvester Stallone Balboa

Sylvester Stallone: Rocky Balboa c’est moi!  – di Francesca Fichera.

Quando, nel 2016, Sylvester Stallone è salito sul palco del Beverly Hilton per ritirare il Golden Globe – vinto grazie a Creed – ha ringraziato Rocky Balboa. Un personaggio figlio della sua creatività e di una vecchia idea di sogno americano riusciti a sopravvivere fino ai giorni nostri. Ed il merito è anche e soprattutto suo, di un attore e autore che, per più di trent’anni, ha saputo rinnovare un concept, e la sua epica, senza mai perderne l’essenza e s-cadere nella noia.

Ma chi sono i fan di Rocky Balboa a.k.a. Sylvester Stallone?

Uno dei massimi talenti di un artista sta nell’essere capace di trasmettere le proprie passioni al suo pubblico, creando un circolo virtuoso fatto di scambi di idee e di aspettative. E visto che a Stallone piacciono i manga, è molto probabile che lo zoccolo duro del fandom di Rocky troverà i suoi più strenui rappresentanti negli otaku, gli appassionati dei fumetti di genere caratteristici del Sol Levante. Perché Rocky, di un manga, ha praticamente tutto: dalla figura di eroe buono (anche bonaccione), un po’ svampito e strambo, che dà nomi buffi agli animali di casa (da Tarta e Ruga al cane Birillo) e s’innamora della ragazza timida e occhialuta della porta accanto – quel tipo di persona destinata a perdere sulla carta ma a vincere sul piano morale – fino alla sfida decisiva, di volta in volta diversa, sulla quale concentrare tutte le energie, la motivazione e la forza del momento.

E poi ci sono gli altri personaggi, a tutti gli effetti comprimari, che accompagnano il protagonista nel corso di un viaggio lungo letteralmente una vita: in primis Paulie, l’amico imperfetto, l’ubriacone un po’ stronzo ma incrollabile (col volto di Burt Young); il nemico-amico, poi leggenda, Apollo Creed (Carl Weathers); il vecchio allenatore Mickey, splendido esempio di duro dal cuore tenero e traboccante di saggezza (Burgess Meredith); e infine, naturalmente, la mitica Adriana (Talia Shire), simbolo di un amore tenero e idilliaco che “riempie i vuoti” anche quando è invisibile. Sembra quasi impossibile non piangere con e per lei seguendo Rocky lungo le strade d’America, dai sobborghi di Philadelphia a quelli di Los Angeles, e anche fuori, in Russia; sempre sulle stesse note, quelle di Gonna Fly Now di Bill Conti, tormentone da Oscar sfuggito ai confini della serie cinematografica ed entrato di diritto a far parte della nostra quotidianità, a imperitura memoria dell’incontro fra Rocky e il mondo nel mai veramente lontano 1976.

Ogni trama, dal primo Rocky di John G. Alvidsen fino al Creed di Ryan Coogler, che è il settimo, ripropone il medesimo schema con l’aggiunta di un elemento inedito capace di rinnovarne l’attrattiva: un evento importante, spesso drammatico, connesso allo scenario dell’incontro con un nuovo avversario. Ma è nuovo anche e soprattutto ciò che c’è intorno, ed è questo il segreto della scrittura di Sylvester Stallone: ricalcare la finzione sulla realtà dell’esistenza, sui colpi inferti senza preavviso dalla vita a un corpo che, dentro e al di là dello schermo e del ring, continua a lottare, a rialzarsi, nonostante le ferite e le difficoltà; una cosa scritta e detta meravigliosamente da Mickey in Rocky IV, durante una delle scene più commoventi della saga, e che tuttavia permane in forma di riferimento implicito, leggibile fra le righe del racconto.

Così accade che Stallone diventa Rocky, Rocky diventa uno di noi, per poi trasformarsi ancora, e a propria volta, in colui che l’ha inventato. Accade che la distanza fra il creatore, la creatura e il pubblico si accorcia al punto da compiere una vera e propria sovrapposizione delle tre dimensioni. E l’immedesimazione è completa, perché Rocky cresce, Rocky invecchia, Rocky si ritira, Rocky perde le persone che ama: Rocky cambia perché cambia Stallone, perché “il tempo è l’unico campione imbattuto” – come dice in Creed – e i suoi segni sono eterni, a volte irreversibili.

Fortuna che c’è il cinema ad aiutare, con i suoi ritorni, l’effetto vintage delle canzoni anni Ottanta, il “ti spiezio in due” di Ivan Drago e il nome di Adriana urlato al cielo. Fortuna che anche l’occhio della tigre sa essere eterno, e che per lui non c’è che da unirsi a Sylvester Stallone nel ringraziare Rocky Balboa: sarà come aver detto grazie a entrambi.

 

 

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