Anomalisa

Anomalisa (Charlie Kaufman & Duke Johnson, 2015)

L’anomalia di Anomalisa – di Francesca Fichera.

Non c’è niente di anomalo in un film d’animazione per adulti: a questo punto della storia dell’uomo dovrebbe essere piuttosto chiaro. E tanto dovete aspettarvi dall’Anomalisa di Charlie Kaufman Duke Johnson, nient’altro che un dramma esistenziale in un mondo di pupazzi. Da loro, che mangiano, bevono e fanno l’amore, è meglio teniate lontani i più piccoli, a meno che non siate disposti a dare spiegazioni. Uomo avvisato.

Per il resto, abbiamo un tale Michael Stone (in originale David Thewlis), esperto di customer services, che viaggia in aereo verso la sua prossima presentazione a Cincinnati. Mentre le bizzarrie della normalità gli si affollano intorno, l’uomo tiene sulle ginocchia una lettera, che rilegge a mente con la voce di un altro: i resti di un amore finito male. Michael scende dall’aereo, lascia che il tassista lo imbottisca di luoghi comuni e il personale dell’albergo di soffocanti attenzioni, dopodiché sale nella sua stanza. E sulla giostra di Anomalisa.

Si rimane spiazzati, all’inizio, ma non c’è da temere: è proprio vero che tutti gli altri personaggi del film al di fuori di Stone parlano allo stesso modo, qualunque sia il loro sesso o la loro età apparente; tutti doppiati da Tom Noonan. Tutti tranne uno: l’anomala Lisa Hesselman. Anomalisa.

Lei, cui l’interprete Jennifer Jason Leigh trasmette un fiume in piena di calore e simpatia, rappresenta la nota stonata – e per questo intonata – nel piatto spartito della vita di Stone. Una scintilla nel buio, un momento di gioiosa spontaneità in un mare di angosciante premeditazione; in poche parole, il movimento della diversità contro la totale stasi dell’uguaglianza, dove anche una moglie e un figlio si collocano senza soluzione di continuità. Così, fra carrelli e soggettive, ci immedesimiamo nella tragedia post-moderna di un uomo-pupazzo inadatto alla felicità, “con problemi psicologici”, dice lui, ma forse semplicemente incapace di cogliere il bel disordine esterno agli schemi; perché tutto quel mondo che parla uguale porta l’unica colpa di aver deluso le sue aspettative.

E a proposito di quest’ultime, Anomalisa non è da meno. Certo, resta in piedi l’indubbia originalità creativa di Kaufman, cifra indiscussa della sua carriera sin dai tempi di Essere John Malkovich (1999) e Human Nature (2001) – oltre che, sì, di Eternal Sunshine of a Spotless Mind (2004); ma, d’altra parte, la sensazione è che la carta dello stupore venga giocata e rigiocata con troppa insistenza, al punto che, soprattutto in alcuni frangenti (una scena di sesso fra pupazzi, completa di cunnilingus? Ebbene sì), il risultato finale sembra non valere la pena dello sforzo. Tutta questa stranezza (o weirdness, per i puristi del genere) al solo scopo di dire che c’è chi sa amare e chi no, e che le relazioni sono difficili più che ai tempi di Italo Calvino?

Forse, una volta tanto, è meglio il libro del film, anche se non parliamo di adattamenti.

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