Lo chiamavano Jeeg Robot (Gabriele Mainetti, 2016)

Lo chiamavano Jeeg Robot: l’avvento del cinecomic italiano – di Fausto Vernazzani.

Essere un cinecomic talvolta significa solo trasporre un fumetto al cinema. Ci possiamo rendere conto con facilità che questa definizione è insufficiente: un cinecomic non può essere solo una trasposizione, deve invece distinguersi dall’adattamento letterario adottando quanto più è possibile lo stile e la grafica del fumetto. Se provate a farvi due calcoli vi renderete conto di quanto pochi sono i film che riescono in quest’ardua impresa: uno di questi è Lo chiamavano Jeeg Robot dell’esordiente Gabriele Mainetti, da aggiungersi alla schiera di autori riusciti a portare lo spirito visivo del fumetto sul grande schermo, come Robert Rodriguez (Sin City), Zack Snyder (300Watchmen) e Takashi Miike (Crows Zero).

Un italiano, e la parte migliore è questa: per quanto possa essere ispirato al successo dei cinecomic negli Stati Uniti, Lo chiamavano Jeeg Robot è un film italiano, radicato nella nostra storia e pensato per le nostre strade. Tra queste incontriamo Enzo Ceccotti/Claudio Santamaria, in fuga per i vicoli di Roma dopo un furtarello, sfuggito alle manette nascondendosi nelle acque del Tevere, dove si trovano dei barili di scorie radioattive. I poteri li scoprirà con un volo di 9 piani, lo stesso giorno in cui Alessia/Ilenia Pastorelli perderà suo padre e lo Zingaro/Luca Marinelli, un ladro amante di Anna Oxa, Loredana Bertè, del karaoke e del potere, cercherà di espandere la propria attività con un clan di camorristi.

Lo chiamavano Jeeg Robot è un film italiano, radicato nella nostra storia e pensato per le nostre strade.

Nessuno dei tre è mai cresciuto realmente: Enzo è un ragazzone introverso, Alessia è rimasta una ragazzina ossessionata da Jeeg Robot d’Accaio di Go Nagai, Zingaro crede ancora ai sogni di fama internazionale di un bambino. Ma ognuno sceglie la strada che preferisce, come sempre divisa tra egocentrismo e altruismo e su questa dicotomia Lo chiamavano Jeeg Robot procede nella sua avanzata verso il successo. Gabriele Mainetti, da qualunque luogo sia uscito, è meglio che non rientri mai più nel buio: di un regista come lui l’Italia ha bisogno e anche se questo suo esordio è ancora un po’ grezzo a tratti, mostra tutto il talento in suo possesso e le promesse per un futuro di grande qualità.

Si torna ragazzini con Jeeg Robot, agli anni in cui MTV ci deliziava con gli anime giapponesi, in cui il mondo era visto attraverso una manciata di reti televisive e diviso tra la Buona Domenica di Maurizio Costanzo e la Domenica In di Mara Venier, ai giorni in cui sul Topolino leggevamo di Macchianera e di Pietro Gambadilegno e dei loro piani malvagi mentre alla radio la canzone italiana viaggiava verso la nostalgia per il passato e la malinconia. È l’Italia, quella che ricordiamo. Mainetti non l’ha voluta cancellare, ne ha fatto con Nicola Guaglianone e Menotti, sceneggiatori, la struttura portante per dare all’Italia un cinecomic che fosse ispirato all’esperienza di ognuno di noi.

E se la sceneggiatura da parte sua è impeccabile come lo splendido duetto Santamaria/Marinelli – definirli eccezionali è dir poco -, la regia, come abbiamo già accennato, non è da meno. I movimenti di macchina sono rapidi, assecondano i gesti degli attori, seguendo con anticipazione un calcio, un pugno o una rincorsa, giocano sul classico motion is e-motion (trad. il movimento è emozione) dando allo spettatore una sensazione di suspense in crescendo. Come andrà a finire si sa e Mainetti sa di non poter riservare grosse sorprese in termini di plot e quindi gioca, lascia perdere l’uso lineare dell’inquadratura e si accascia, vola, si inclina, ci dà ogni modo possibile di guardare a cose, oggetti e personaggi.

Complimenti vanno anche al magnifico Michele D’Attanasio, direttore della fotografia amato dal giorno in cui il documentario L’ultimo pastore iniziò il suo viaggio in giro per il mondo, destinato a una lunga e gratificante carriera se il nostro cinema italiano proseguirà sulla strada intrapresa da un paio d’anni. Ci sarebbero tante altre cose da scrivere su Lo chiamavano Jeeg Robot, tonnellate a dir la verità, ma una spicca su tutte: vogliamo il sequel. Perché se ci riesce Sydney Sibilia con Smetto quando voglio a scriverne ben due (e persino l’altro supereroe italiano, Il ragazzo invisibile), non possiamo non desiderare un ritorno al cinema anche per Enzo Ceccotti, il giustiziere mascherato di Roma conosciuto come Hiroshi Shiba o anche Jeeg Robot.

3 pensieri su “Lo chiamavano Jeeg Robot (Gabriele Mainetti, 2016)

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