La grande scommessa (Adam McKay, 2015)

La grande scommessa, il passo verso il drammatico di Adam McKay – di Fausto Vernazzani.

È vero, Adam McKay ha ragione, c’è ancora oggi gente che non conosce le origini della crisi finanziaria del 2008, lo tsunami che investì il mondo portando sul lastrico innumerevoli nazioni, tra cui anche l’Italia. La prossima mossa, letto il romanzo di Michael Lewis, poteva essere produrre un documentario, mettere il proprio nome in cima alla locandina e annunciare che “Adam McKay presenta” un Titolo tragico, papabile candidato all’Oscar e invitato speciale a numerosi dibattiti in giro per gli Stati Uniti e l’Europa. McKay è un regista con una testa sulle spalle, una miniera di sarcasmo grazie a cui il mondo può godersi la propria dose di Ron Burgundy, e sceglie dunque la via della narrazione: La grande scommessa. Niente di meglio per aiutare il grande pubblico a comprendere un particolare evento che raccontarlo attraverso un ristretto numero di outsider pieno di difficoltà, persone geniali, non figli,ma cugini di secondo grado dell’asfissiante siate folli di Steve Jobs. Nella fattispecie, gli uomini che videro l’onda anomala arrivare.

Intorno al 2005 un analista finanziario geniale, Michael Burry, nota una falla nel sistema: le obbligazioni immobiliari su cui l’intero sistema di Wall Street ha le proprie fondamenta, si basa su operazioni fraudolente. Seduti sugli allori, gli investitori per anni hanno cessato di garantire a se stessi e ai propri clienti una forma di sicurezza e ora è allo scoperto: nel 2007 Burry vede una grande occasione, scommettere sul fallimento del capitalismo USA per incassare miliardi e miliardi di dollari. Un’operazione seguita da pochi cervelli.

La “follia” di Burry/Christian Bale non è contagiosa come si potrebbe immaginare. Solo chi ha la capacità di mettere in discussione quanto lo circonda riesce a superare l’ostacolo di ciò che è accettato come certezza e così arriva Jared Vennett/Ryan Gosling, il quale in breve tempo trascina con sé Mark Baum/Steve Carell – il vero protagonista di un film corale – e una coppia di giovani amatori con Ben Rickert/Brad Pitt come mentore. Un cast tale da lasciar pensare si tratti di una sorta di Ocean’s Eleven finanziario.

Così non è e il tono di McKay lo avrete ormai percepito dalle parole appena lette, non è dei più accomodanti. Il regista sceglie un taglio divertente, tinge i capelli dei suoi attori più per trasformare il film in una recita da inserto fiction all’interno di un documentario, sfonda la quarta parete a ripetizione e solletica lo spettatore coprendo Margot Robbie di schiuma mentre spiega la realtà immobiliare negli USA. Ma lo fa con una forte dose di presunzione, Adam McKay sembra voler sculacciare il pubblico ignaro più che informarlo.

La grande scommessa è una lezione, una simpatica sgridata, un’opera di ingegno a cui manca la delicatezza o la capacità di affrontare temi delicati con profondità maggiore, qualcosa di più di una semplice distinzione tra bianco e nero. Eroi e antagonisti. Cittadini e banche. È un aspetto antipatico del film di McKay, altrimenti una valida pellicola al 100%, non convenzionale, un American Hustle con una personalità e un argomento da trattare con più urgenza. Questo se proprio vogliamo fare un parallelo con titoli simili.

Siamo di fronte a un film che potrebbe essere assegnato nelle scuole, un compito per cominciare a esplorare l’importanza di informarsi sui fogli di carta stesi sulle lucide scrivanie davanti a noi, a comprendere quanto le persone sedute su poltrone in pelle scricchiolanti ci stanno elencando. La grande scommessa preso per questo verso può funzionare, ma sarebbe ingiusto non menzionare l’incredibile cast: a Bale bastano cinque minuti per dominare la scena e Carell, qui inferiore a Foxcatcher, regge alla grande un personaggio bidimensionale.

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