Z Nation: Lo zunami perfetto

Z Nation, la definitiva e più divertente apocalisse zombie di sempre – di Fausto Vernazzani.

Rick Grimes si risvegliò solo nel letto d’ospedale il 31 Ottobre 2010. Camminò per le strade deserte della sua città, uccise una bambina zombie e percorse autostrade immense in cerca della sua famiglia.

I giorni andati era il titolo del primo episodio di The Walking Dead, adattamento della serie a fumetti di Robert Kirkman; evidente il rimando a un classico del cinema zombie contemporaneo, 28 giorni dopo di Danny Boyle.

Con The Walking Dead finì lì, decenni di tradizione nel mondo zombie messi da parte in sei stagioni di enorme successo, la miniera d’oro della AMC grazie a cui tonnellate di serial di qualità sono stati prodotti.

La prima parola associata a The Walking Dead è noia. Come Il trono di spade è un gioco a indovinare chi sarà il prossimo a morire, con la differenza che il fantasy della HBO ha una destinazione, un mistero a portarlo avanti. The Walking Dead, no.

Neanche la parola zombie è mai usata nella serie e i “walker”  perdono poco a poco il loro fascino.

La genesi di Z Nation

Qualcuno deve essersi infastidito, si deve esser chiesto dov’è l’avventura, magari guardando la serie AMC devono essersi comportati come ogni spettatore di Chi vuol esser milionario, insultando i concorrenti e chiedendosi perché non sono state prese delle scelte più efficaci, più audaci.

Così è nata Z Nation, l’equivalente televisivo dei mockbuster, una produzione The Asylum e SyFy. Z Nation è tutto ciò che The Walking Dead non è, partiamo da questo assunto. Creata da Craig Engler e Karl Schaefer è letteralmente un’overdose di zombie.

Ricreare l’Apocalisse non era sufficiente, su SyFy hanno optato per l’esagerazione, l’estremo, sperimentando le più assurde possibilità narrative, avvicinandosi agli schemi di un videogioco, abbracciando tanto la serietà quanto la comicità. Al momento, possiamo affermare con certezza che si tratta di una delle migliori serie televisive in circolazione.

“Siamo ciò che mangiamo”

Riflettiamo, il portato drammatico/comico non è ai livelli di titoli esemplari della nuova eta d’oro della Tv, nel suo genere però dimostra una potenza di fuoco illimitata, allargata a ogni genere immaginabile. A renderla speciale è la sua collocazione nella produzione odierna di serie e, più di ogni altra cosa, la consapevolezza che essa stessa ha della posizione trovatasi a ricoprire.

Z Nation è parte dell’universo degli zombie e allo stesso tempo osservatrice, consumatrice, all’interno e all’esterno della trama, anche del più oscuro prodotto mediatico facente riferimento al bacino dei non-morti mangia cervelli.

Dalla East alla West Coast

La storia comincia laddove altre hanno iniziato a porre la propria attenzione (In the Flesh, The Ravenant, il film, non la serie francese): l’Apocalisse sta decimando il pianeta, però non è bastato a fermare i tentativi del CDC di sintetizzare un vaccino al Virus Z.

Quando tutto sembrava perduto, un ex-carcerato offertosi “volontario” sopravvive all’iniezione: il suo nome è Murphy/Keith Allan e da quel momento diventa imperativo portarlo dallo stato di New York alla California, dove si trovano i sopravvissuti del CDC grazie a cui sarà possibile sperimentare sul suo sangue. Le istituzioni, distrutte, non saranno di alcun aiuto.

A prendersi carico del compito saranno un gruppo di sopravvissuti: il Sergente Charles Garnett/Tom Scott, la coriacea Roberta Warren/Kellita Smith, la coppia badass Mack/Michael Welch e Addy/Anastasia Baranova, dalla distintiva mazza ferrata, l’hippy settuagenario Doc/Russell Hodgkinson e il giovanissimo cecchino 10k/Nat Zang.

Nel corso delle due stagioni altri personaggi si aggiungeranno Cassandra/Pisay Pao a Javier Vasquez/Matt Cedeño. Il viaggio li porterà a scontrarsi con banditi, militari impazziti, zombie radioattivi, zombie alieni, zombie vegetali, marijuana zombie, cartelli messicani e… zunami.

Un’incredibile inventiva

Quando ci si trova di fronte a neologismi come zombocalypse o zunami (zombie + tsunami), coniati entrambi dal personaggio Citizen Z/DJ Qualls, analista della (ex) NSA dislocato nel polo Artico, è chiaro cosa si sta guardando: una serie desiderosa di giocare, al di là dell’auto-ironia, Z Nation ha voglia di dare agli spettatori ben più di un branco di personaggi in fuga.

Engler e Schaefer vogliono far strage di zombie con la Liberty Bell di Philadelphia, distruggerli con una forma gigante di formaggio rotante, insomma spassarsela a più non posso con le armi a disposizione. Il risultato è eccellente, dalla A alla Z.

“These zombies do more than just walk” recita lo spot della seconda stagione, uno schiaffo alla genitrice The Walking Dead, una dichiarazione d’intenti: non si limiteranno a mangiare cervelli. L’inventiva dello staff creativo è all’altezza dell’impresa, catalizzano le conoscenze in materia e macinano nuove idee mai viste per ogni episodio, toccando talvolta temi importanti quali le torture della CIA e la sorveglianza di massa rappresentandoli con bruciante ironia, affiancandoli da una forte auto-riflessione.

Z Nation in un certo senso è la prima serie televisiva a possedere una coscienza di sé.

La serialità nella serialità

I personaggi – interpretazioni di livello da parte di ogni singolo membro del cast, a partire da Keith Allen e Kellitha Smith, i due protagonisti – sono a conoscenza degli zombie, bombardati dai media su un tema fermentato per almeno 50 anni, rispondono all’Apocalisse con un bagaglio culturale necessario a contrastare l’invasione.

Strepitoso l’episodio The Collector della seconda stagione, dove Murphy è catturato da un collezionista di materiale a tema zombie. Tra memorabilia e poster di film che vanno da L’isola degli zombie a L’alba dei morti viventi (remake di Zack Snyder), Murphy e lo spettatore ideale discutono di se stessi.

L’evoluzione del genere è messa a confronto col nuovo assoluto, Murphy, che senza remore ammette di preferire il film di Snyder a tutto ciò che lo ha preceduto, confermando e assecondando le preferenze dei propri telespettatori per una serie più avvincente, rispettosa del canone.

Lo spettatore esperto, il Collezionista, anche lui apprezza, al punto da voler esporre Murphy (mezzo zombie/mezzo umano) insieme al resto dei suoi collectibles – tra cui lo splendido cameo di George R. R. Martin, costretto a firmare copie dei suoi libri anche da zombie in attesa che la Zombocalypse si concluda.

L’episodio è una miniera vera e propria, anche il metodo giusto per dare una collocazione temporale a Z Nation, grazie all’esposizione del poster d’uno dei film di zombie più recenti, l’indie australiano Wyrmwood, ponendoci così all’incirca nel 2018-19.

Una serie dei fan e per i fan

Conferma a suo modo l’essere di fantascienza, ma saranno innumerevoli gli elementi a porre Z Nation a cavallo tra i generi, per quanto bisognerebbe parlare al di fuori di queste categorie: il prodotto di Engler e Schaefer è dei fan e per i fan a cui non interessa rientrare in uno schema. L’importante è divertirsi, lasciarsi travolgere dallo zunami.

Il 18 Dicembre si è conclusa la seconda stagione, ora ci toccherà aspettare il prossimo autunno per la terza, mentre in Italia la buona AXN Sci-fi distribuirà la numero due a partire da Gennaio, rimettendoci in pari con la sua patria.

È vero che tra titoli di qualità come The Knick, Fargo e altri ancora riesce difficile trovare spazio, ma non commettete l’errore di considerare Z Nation un prodotto trash.

Non è Sharknado né Sharktopus vs Whalewolf. Scavando al suo interno troverete di tutto e come me adesso, sarete assaliti dalla tristezza quando vi troverete a smettere di parlarne per non sommergere gli altri di parole.

Seguitela, non ve ne pentirete.

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