Spectre (Sam Mendes, 2015)

Molto rumore per nulla nella nuova avventura di Bond, Spectre – di Fausto Vernazzani.

Gli scritti su Spectre che leggerete nei prossimi giorni si assomiglieranno un po’ tutti. Un’accusa di omologazione di massa? Affatto, il secondo 007 diretto da Sam Mendes, quarto del reboot e 24esimo dell’intera saga, gioca con riferimenti così noti da poter essere riconosciuti da chiunque. Il migliore è senza alcun dubbio riservato per la brillante scena d’apertura: alla parata del Dia de los Muertos in Città del Messico, un piano sequenza miracoloso di Hoyte van Hoytema che in parte richiama la maestosità tecnico-narrativa de L’infernale Quinlan di Orson Welles.

Spectre inizia col botto, letteralmente, azione e belle donne sin dai primi minuti, la promessa di un James Bond alla pari del precedente Skyfall, un successo planetario su ogni fronte. Di Spectre, è sicuro non si parlerà allo stesso modo. Sulla scia degli eventi di Skyfall, l’agente 007 (Daniel Craig) svolge una missione assegnatagli dalla defunta M, Judi Dench, di nascosto agli occhi dell’attuale M (Ralph Fiennes): trovare l’assassino Marco Sciarra e assistere al suo funerale, punto di partenza per svelare le losche trame di una potente setta “sotterranea”, la Spectre.

Il tutto mentre il programma Doppio Zero (licenza di uccidere) è minacciato d’esser chiuso da C (Andrew Scott), a capo della Joint Intelligence Service, un progetto di fusione dei Nine Eyes – amichevole colpo di gomito ai reali Five Eyes -, le 9 maggiori agenzie di servizi segreti, in un unico corpo automatizzato e gestito da un sistema di sorveglianza di massa di stampo orwelliano. In mezzo a tutto ciò – simile a Mission Impossible: Rogue Nation, quarto capitolo della saga che sogna di essere James Bond -, la storia personale di 007 si intreccerà con quella d’un uomo misterioso.

Costui non è Kevin Spacey – purtroppo – ma Christoph Waltz, non è un segreto, il villain più debole degli ultimi quattro film. A parole, per carità, è un uomo spietato, coi fatti abbiamo invece qualche serio problema e, per evitare spoiler, non possiamo dire di più. Spectre salta da un indizio all’altro, una caccia al tesoro in grande stile (tappa a Città del Messico, Londra, Roma, Tangeri, Austria) dove Sam Mendes raccoglie citazioni, istanti nostalgici e innovativi per riscaldare un bagno gradevole, ma ormai raffreddato. Esempio positivo: il martini dirty della bond girl Léa Seydoux, vero motore del film, sarà da inserire negli annali. Esempio negativo: l’ennesima visione della Aston Martin, ormai venuta a noia.

Lei, la Seydoux, alias Madeleine Swann, svolge il ruolo proustiano di richiamo al passato, evidente nel suo nome, e al contempo riesce nel presente a tener su Spectre, con eleganza e un tocco d’emozione non indifferente: il suo personaggio sembra davvero racchiudere in sé risvolti inattesi. Questo mentre Bond e i suoi nemici sono presi da un attacco di nolanite acuta, lasciandoci a bordo di un treno contro Bane (Dave Bautista) e in un edificio abbandonato ad affrontare Joker (Waltz). I dialoghi persino arrivano come un’eco lontano da Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan, portando James Bond su un binario di successo, quello del cinema dei supereroi .

Una discreta delusione, Mendes ha dimostrato sia nel drammatico sia nell’azione di essere un regista spettacolare, però con Spectre commette un passo falso: si accascia sugli allori, concentra la propria attenzione sull’estetica lasciando 148 minuti di film a seguire una debole traccia narrativa. La riesumazione dei cliché in Skyfall perde potenza – peccato per il Q di Ben Wishaw – e il tentativo di trattare un argomento scottante come la sorveglianza di massa (più un mezzuccio da blockbuster estivo come Furious 7) contrapponendolo alla gloriosa intelligence di Sua Maestà, è un po’ troppo politico, a maggior ragione se lo leghiamo alla tombale serietà del Bond di Craig. Una battuta sulle bevande proteiche non basta a restituirci l’ironia di Sean Connery e Roger Moore.

Regia, scenografie e costumi da urlo sono insufficienti a far compiere a Spectre un ulteriore passo avanti quando la sceneggiatura non riesce a essere al passo. Trascorsa l’emozione dell’apertura, si è sottomessi alla noia fino all’arrivo della Seydoux; il resto è solo una sequela di bellissime immagini prive di un qualsivoglia contenuto interessante, strizzate d’occhio ai Bond del passato e poca azione degna di particolari attenzioni. Per lungo tempo il massimo del divertimento sarà, infatti, elencare mentalmente il numero di prodotti pubblicizzati col tradizionale product placement estremo di 007. Ora non resta che aspettare Bond 25 e sperare in meglio. Con lui tutto è possibile, tranne la morte. Ucciderlo, dentro o fuori dallo schermo, è un’impresa impossibile.

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