Departures - CineFatti

Departures (Yōjirō Takita, 2008)

È spaventoso. Perché a me sembra cristallino che, se dimentichiamo come morire,

finiremo col dimenticare come vivere.

– David Foster Wallace

Un regista di erotici e commedie che vince l’Oscar dandosi al dramma: strano ma vero. Si chiama Yōjirō Takita e il suo Departures, classe 2008, ha vinto l’ambito riconoscimento della Academy gareggiando contro un film del calibro di Valzer con Bashir.

Toni comici emergono e si avvertono chiaramente sin dalle prime scene: la storia di Daigo (Masahiro Motoki), vera e propria legge di Murphy su due gambe, si presenta come tragedia fino a un secondo prima di mostrare il suo fianco lieve. Ex violoncellista di un’orchestra scioltasi prematuramente, Daigo ha una compagna, Mika (Ryoko Hirosue), alla quale vuole garantire un futuro; motivo per cui si dà subito alla ricerca di una nuova fonte di guadagni, sfoltendo pagine e pagine di annunci, e finisce con l’incappare in un’agenzia di viaggi… assai particolare.

Il viaggiare di sola andata realmente inteso dall’annuncio di Ikuei Sasaki (Tsutomu Yamazaki), che altro non è che un “tanato-esteta” alla ricerca di nuove leve, inganna e poi scuote profondamente l’animo dell’impacciato protagonista, che giunge a mentire alla moglie pur di nascondere la natura inconsueta – per quanto fruttuosa – del suo impiego. Ma questo Takita decide di mostrarcelo non prima di aver impresso alla storia una spinta solenne – nonostante la gag iniziale – per evidenziare tanto l’eleganza del rito – in tal caso, e per l’appunto, dell’abbellimento del cadavere – quanto il rispetto, la sensibilità e la reverenza con cui guardano e agiscono i suoi partecipanti.

Departures comincia con un flashback e ne dissemina diversi lungo una strada puntualmente innevata, dondolando fra luci aranciate e azzurrine (Takeshi Hamada) come tra comico e tragico. Con tenerezza, nello spazio che divide un cenno da uno sguardo silenzioso, punta il dito contro la piccolezza degli uomini di fronte alla normalità della morte: non per giudicarla ma per riderne o, almeno, provarci. Perché quando Ikuei sentenzia che “i vivi mangiano i morti per andare avanti“, spolpando l’osso di pollo nel suo piatto, è troppo vero per essere buffo.

Un equilibrio così delicato, sembra evidente, non può che essere destinato a infrangersi. E se l’eccessiva abbondanza di primi piani di Departures si tollera, oltre che per la straordinarietà della storia e il discreto gioco di squadra degli interpreti, anche e soprattutto grazie alle meravigliose musiche di Joe Hisaishi, la discesa registica nell’abisso del melodramma degli ultimi quindici minuti, dove campi e controcampi degni della peggiore soap vengono accompagnati da gesti al limite dell’enfasi e inquietanti bagliori soffusi, rappresenta l’incrinatura che rischia di rompere il vaso.

Per fortuna, a sostegno di tutto resta il senso della vita. E di un film che si è sforzato di metterlo in scena istante per istante, fino al suo ultimo, con tutta l’imperfetta bellezza che può contenere.

Francesca Fichera

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