Harbinger Down (Alec Gillis, 2015)

di Fausto Vernazzani.

È il 25 Giugno 1982, mentre negli Stati Uniti distribuiscono nelle sale l’ultimo horror di John Carpenter, La Cosa, nel Mare Artico precipita una sonda sovietica, ma qualcosa al suo interno pare sopravvivere. La parentesi “spaziale” si chiude, all’interno della nostra atmosfera seguiamo un professore e uno sparuto gruppo di studenti salire a bordo della Harbinger per un progetto di studio: verificare come il cambiamento climatico ha influito sulle migrazioni delle balene nello Stretto di Bering.

Nel ghiaccio del profondo Nord la fantascienza e l’orrore si incontrano ancora una volta in Harbinger Down, nato in seno alla Amalgamated Dynamics Inc. (ADI) con un preciso scopo: ridare dignità agli effetti pratici che resero famosi tonnellate e tonnellate di piccoli e grandi cult per decenni. Alien, La cosa, Lo squalo sono i diretti interessati, citati e omaggiati ripetutamente per portare lo spettatore a ricordare cosa contribuiva a rendere grandi i film di Carpenter, Scott, Spielberg e tanti altri ancora.

Il perché e il modo con cui Harbinger Down è venuto alla luce è demoralizzante, la ADI, autrice degli effetti per Tremors e Jumanji, Starship Troopers e Point Break, solo per citarne alcuni, è precipitata in un pozzo di frustrazione: sempre più studi li ingaggiano per design ed effetti per poi limitarsi ai primi e abbandonare i secondi nelle mani dei VFX artists. Così la nostalgia e la “tristezza” si sono trasformati in un progetto su Kickstarter dove chiunque volesse ritornare ai “vecchi tempi” poteva darsi da fare.

 

La campagna è stata un successo. Il budget minuscolo non ha demoralizzato Alec Gillis, regista, e la sua squadra dell’ADI, il cui lavoro è un delizioso e macabro film dell’orrore dove la cara vecchia creatura amorfa e parassitica di Carpenter/Nyby torna a far strage in un ambiente isolato e claustrofobico, stavolta in movimento come la Nostromo di Scott. In un breve arco di tempo, ottanta minuti, Harbinger Down non commette un singolo errore, né in sceneggiatura né altrove.

Tuttavia è ben lungi dall’essere un film perfetto o giù di lì, la regia è a malapena funzionale, i dialoghi sono in gran parte scritti per omaggiare grandi classici e se stessi, gli attori non sono il meglio che offre il mercato. Spicca, ovviamente, Lance Henriksen (che con loro già lavorò in Alien³),l’unico volto riconoscibile insieme a Matt Winston, abbastanza per aiutarci a sopportare le limitate performance altrui (anche se Winston James Francis, Big G, ha il suo perché), per lo più attori senza esperienza.

Ma sono difetti sopportabili se ragioniamo. Harbinger Down, è evidente, non vuole cambiare la storia del genere, né entrarci in alcun modo, desidera solo dimostrare la qualità degli effetti pratici e regalare agli appassionati un film che non stringesse la mano solo alle storie del cinema anni Settanta-Ottanta. La ADI è riuscita nel suo intento e tanto basta e, a dirla tutta, meriterebbe anche di essere inclusa in eventuali maratone a tema La cosa, insieme agli altri tre già esistenti. Non sfigurerebbe più di tanto.

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