Love (Gaspar Noé, 2015)

di Victor Musetti.

Vero “film evento” dell’ultima edizione del Festival Di Cannes, con tanto di code chilometriche e sale esauritissime ad ogni proiezione, Love di Gaspar Noé è, come era facile prevedere, qualcosa di molto diverso da ciò che la provocatoria e furbissima campagna promozionale aveva voluto dare a intendere. E la delusione da parte di chi si aspettava lo Spring Breakers del 2015 non ha mancato di farsi sentire quando è diventato chiaro che al posto del “porno d’autore” che era stato promesso ci si sarebbe trovati di fronte ad una storia d’amore delicata e, addirittura, considerati gli standard dell’autore, formalmente molto modesta.

La storia ruota intorno a Murphy (Karl Glusman), un giovane studente di cinema americano a Parigi che vediamo per la prima volta svegliarsi accanto ad una giovane ragazza bionda e ad un figlio neonato di appena 2 anni. L’apparenza di una famiglia felice e consolidata è presto smentita quando in una telefonata viene menzionato il nome di Electra, ex fidanzata di Murphy. A partire da quel momento inizia il nostro percorso a ritroso nei ricordi di Murphy e nei motivi che hanno portato la sua incredibile storia d’amore con Electra (Aomi Muyock) a sfaldarsi rovinosamente costringendolo a quell’asettica bolla di sapone che è la sua attuale vita familiare con la bionda Omi (Klara Kristin).

Come in Irréversible e Enter the Void, ad essere protagonista anche questa volta, anche se in misura decisamente minore che in passato, è lo straordinario lavoro fotografico effettuato da Benoît Debie, visto recentemente all’opera nel poco riuscito Lost River e ormai diventato sinonimo di garanzia assoluta in termini di spettacolarità visiva in qualunque film esso lavori. Lo stile è quello riconoscibile di sempre dei film di Gaspar Noé, anche se questa volta c’è un’intenzione nuova, inedita, di agire per sottrazione. I quadri fissi la fanno infatti da padrone e le simmetrie che collegano tra loro inquadrature scollegate nel tempo rendono Love, insieme al montaggio di Denis Bedlow, un film di un’eleganza visiva assolutamente fuori dal comune.

Per avere la più assoluta libertà di spingersi dove volesse nella rappresentazione del sesso, Gaspar Noé ha poi avuto la saggia idea di ingaggiare tre attori completamente esordienti. La loro interpretazione è quindi, prima di ogni altra cosa, una prestazione fisica incentrata proprio sul sesso, messo in scena senza filtri e con dovizia di particolari. Il risultato è che il film, al contrario del finto e disonesto Nymphomaniac di Von Trier, riesce davvero a farci entrare nell’intimità di una relazione amorosa tramite la sua componente fondamentale che, tra due persone innamorate, è proprio l’intesa fisica nel sesso.

Ciò che in Love stupisce più di tutto però è senz’altro la mancanza di quella cattiveria provocatoria che nei precedenti lavori di Noé diventavano protagonisti assoluti. Love è infatti un lavoro che, pur cercando di essere il più possibile esplicito e, anzi, cercando a più riprese di scioccare lo spettatore con qualche colpo ad effetto (la ormai pluricitata schizzata in 3D verso lo spettatore), richiede in realtà per la sua fruizione una spiccata sensibilità sentimentale, cosa che di certo non ti aspetti da uno che in passato costrinse milioni di spettatori a guardare un piano sequenza di uno stupro in diretta. Love è, insomma, un film che nella filmografia di Noé sarà facilmente etichettato come “minore”, ma che, in realtà, pur non essendo privo di difetti, ha una sua identità solida e precisa. Che il grande pubblico arrivi a riconoscerne il valore è soltanto questione di tempo.

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