Emmys 2015: 5 pro e 5 contro

di Francesca Fichera e Fausto Vernazzani.

Cosa sono stati gli Emmys 2015, nel bene e nel male? Scopritelo con noi in questa piccola classifica di pro e di contro, e scriveteci i vostri commenti!

PRO: Peter Dinklage

Dopo quattro anni, questo grande attore dal piccolo corpo è tornato a vincere un Emmy. E come lui non si aspettava nulla, al punto da dover ingoiare la chewing-gum in fretta e furia e improvvisare il discorso di ringraziamento (che molti altri invece tenevano segnato su carta), anche noi di CineFatti siamo rimasti meravigliati. Il nostro, perciò, è un ‘sì’ con riserva: Dinklage rimane un ottimo interprete, ma non ci sembra che quest’anno abbia superato la media delle altre stagioni, né quella dei suoi colleghi di candidatura – fra cui spicca Jonathan Banks, che, insomma, mica cotiche.  Comunque, vedere premiata la bravura è a sua volta un bel premio, e noi ce lo teniamo senza tirare troppo su col naso.

CONTRO: Tatiana Maslany

Se a portarlo a casa è Viola Davis, il boccone è meno amaro, ma cosa ci è mai dato pensare quando a esser candidata è anche un’attrice il cui dovere è interpretare sei personaggi diversi contemporaneamente. Tatiana Maslany è stata magnifica per ben tre anni nella serie sci-fi Orphan Black, dove recita nel ruolo di Sarah e dei suoi innumerevoli cloni, talvolta calandosi nei panni di altri personaggi attraverso un altro ancora. Il tutto riuscendo sempre nel rendere riconoscibile l’originale, ognuno con dei tratti distintivi ben riconoscibili. How to Get Away with Murder è fortunata ad avere la Davis, ma quell’Emmy, detto in tutta sincerità, sarebbe stato meglio nelle mani della Maslany.

PRO: Jon Hamm

Per poco non ha diviso il palco con il compianto James Gandolfini nel 2007, ma dal 2008 in poi, Jon Hamm c’è stato sempre, candidato ogni anno fino a ieri, nel 2015, per il gigantesco ruolo di Don Draper nella serie capolavoro Mad Men. Per sette anni e sette stagioni non ha mai portato a casa il meritatissimo Emmy, del resto che aspettarsi quando si è in competizione con Bryan Cranston, James Spader, Steve Buscemi e Kevin Spacey. Tra i tanti premi di ieri sera, la vittoria di Hamm è forse il migliore, il più bello, il più meritato. Vedere premiati tanti anni spesi nell’andare sempre più in fondo nella mente di un personaggio così sfaccettato è un piacere impagabile. È un grandissimo pro!

CONTRO: Penny Dreadful

Gira voce che le serie di genere vengano un po’ discriminate, e l’ultima edizione degli Emmys non fa eccezione alla regola. Ne ha pagato il prezzo anche lo show neo-gotico di John Logan, ostinatamente ignorato dalla Television Academy, che si è limitata ad assegnargli nient’altro che tre nomination “tecniche” – rispettivamente per Miglior Make-up Prostetico, Migliori Titoli di Testa (Sigla) e Migliore Colonna Sonora per una Serie Drammatica. La cosa peggiore è che nessuna di queste si è trasformata in statuetta – il Prostetico se l’è aggiudicato American Horror Story: Freakshowla Sigla Transparent, il tema musicale House of Cards. Il meglio sta nella speranza che tutto ciò che abbiamo detto su Penny Dreadful e il suo eccezionale cast di interpreti e di addetti ai lavori [leggibile qui e qui] venga prima o poi riconosciuto.

PRO: lo sketch comico di Andy Samberg

Si sa che le cerimonie di premiazione, dagli Emmys fino agli Oscar, hanno da tenere un certo tono a dispetto dell’intento di intrattenere il proprio pubblico, dentro e oltre lo schermo. Ma, nonostante questo (e un’abbastanza folta schiera di riferimenti più o meno sottili che non tutti gli spettatori erano in grado di cogliere), Andy Samberg ha provato seriamente a strappare una risata alla platea, in teatro e sul divano… così tanto da riuscirci. E, a nostro avviso, il massimo l’ha raggiunto con uno dei numeri di apertura della serata, tutto dedicato all'”ansia da recupero delle serie tv” – che in molti di voi conoscerete proprio come la conosciamo noi. La soluzione secondo lui? Chiudersi in un bunker per un anno, senza lavarsi né radersi…

CONTRO: L’omaggio ai finali di stagione

Siete seduti comodamente nel vostro bunker a recuperare le vostre serie preferite, titoli che vi portate dietro da anni magari, poi vi sintonizzate sul canale che trasmette la notte degli Emmy e cosa vi trovate, un omaggio alle serie terminate tra il 2014 e il 2015. Un omaggio fatto di tutte le scene finali, quelle dove speravate di arrivare senza spoiler, godendovi la sorpresa o la gioia di una grande conclusione per una serie fantastica o pessima, chi lo sa. È stato bruttissimo, spoiler a profusione che sbucavano dalle f***ute pareti, una violenza immeritata nei confronti degli spettatori che, giustamente, devono operare una scelta su a cosa dare o meno priorità nei mesi della loro vita. Possiamo mai davvero vederle tutte e tutte insieme? Quando usciremo dal bunker vi informeremo.

PRO: Transparent

Abbiamo già detto a suo tempo [qui] cosa ne pensiamo della rivoluzionaria serie di Jill Soloway, che con ironia, acume e un pizzico di tenerezza ha saputo restituire un posto a chi ne chiedeva disperatamente, dando attraverso la televisione il ‘la’ necessario alla messa in moto del cambiamento nella società. Scritta e diretta in maniera egregia, con un eterogeneo cast di attori da cui emergono per forza espressiva l’intenso Jeffrey Tambor e la straordinaria Gaby HoffmannTransparent meritava davvero tutti i premi che ha ricevuto, e noi non possiamo far altro che tornare a consigliarvela: i premi non sempre lasciano il tempo che trovano.

CONTRO: Silicon Valley

Abbiamo avuto un’esplosione di nuove comedy in questi ultimi anni e Silicon Valley, HBO, è senz’altro una delle migliori in assoluto. Una ventata di freschezza, uno sguardo cinico e stracolmo di humour nero sul mondo delle grandi industrie informatiche come Google, Yahoo, Apple e tante altre, tirando la manica ai giganti del web per prenderli in giro senza alcuna pietà. Avrebbe meritato di vincere come miglior comedy, ma volendo lasciare intonsa Veep, possiamo quanto meno essere sicuri al 100% che per la miglior sceneggiatura avrebbe dovuto portare a casa il suo Emmy. L’episodio finale per cui era candidata, Two Days of the Condor, era un vero gioiello della commedia televisiva.

PRO: Olive Kitteridge

Nell’ambito delle miniserie si vede che l’Academy non aveva alcun dubbio: Olive Kitteridge doveva vincere. Adattato da un romanzo di Elizabeth Strout, la serie ha vinto in ben sei categorie su otto appartenenti alla sezione di riferimento: Lisa Cholodenko ha guadagnato il premio per la regia, Jane Anderson ha vinto con la sua sceneggiatura e tre giganteschi attori hanno (ri)confermato la loro bravura: Frances McDormand, un commosso Richard Jenkins e il purtroppo assente Bill Murray. Ciliegina sulla torta, Olive Kitteridge ha preso con forza anche il premio principale come miglior miniserie. Più di così non potevano in alcun modo desiderare, ma solo perché nelle altre due categorie nessuno del cast e della troupe della serie era candidato, altrimenti un otto su otto era dietro l’angolo. Tanto di cappello, HBO!

CONTRO: “Shame!”

Lena Headey è un’attrice che ha saputo crescere molto, dal punto di vista professionale, negli ultimi anni. E anche se, come si è detto e si dirà, la V stagione di Game of Thrones non può vantare il migliore dei primati (premi a parte), la prova data dall’interprete britannica all’interno dei suoi dieci episodi – in particolare in The GiftMother’s Mercy – avrebbe meritato senz’ombra di dubbio l’Emmy per Migliore Attrice Non Protagonista in una Serie Drammatica, almeno per la sobrietà e la costanza stilistica in essa dimostrate. Ok, Il trono di spade ha fatto incetta di statuine, ma questa qui un po’ era dovuta – sicuramente più di quella a Miglior Serie Drammatica.

Non trovate anche voi?

 

 

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