Free in Deed (Jake Mahaffy, 2015)

di Victor Musetti

Fresco vincitore del premio come Miglior Film della sezione Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia, Free in Deed di Jake Mahaffy è un dramma antropologico ispirato a fatti di cronaca avvenuti a Memphis in una chiesa pentecostale nel 2003. Inizialmente interessato a produrre un documentario sull’episodio Mahaffy ha poi deciso di virare il progetto sulla fiction utilizzando però comunque persone appartenenti alla comunità di una delle cosiddette storefront churches (chiese ricavate da edifici abbandonati), filmandone direttamente le preghiere ed inserendo quindi la propria storia all’interno di un ambiente in tutto e per tutto reale.

Melva è una giovane madre divisa tra il lavoro e la cura dei suoi due figli, uno dei quali soffre di una violenta forma di autismo che lo rende spesso molto aggressivo e autolesionista. Sfiancata e scoraggiata dagli scarsi risultati delle cure somministrategli dai medici tradizionali decide di rivolgersi a una chiesa pentecostale in cerca di aiuto e conforto. Abe, pastore solitario e dalla vita problematica, prende a cuore la situazione della giovane madre e acconsente ad aiutare il bimbo con delle sessioni di “cura” giornaliere all’interno della chiesa, dei veri e propri esorcismi mirati a scacciare via il demonio che risiede in lui.

Nel fornire uno sguardo su questo mondo così attaccato alla spiritualità da rifiutare qualunque approccio scientifico nella spiegazione dei fenomeni della vita, Jake Mahaffy ha il pregio, da grande documentarista quale è, di non esprimere mai giudizi, di non mostrare mai una volontà di condanna nei confronti delle conseguenze che una cultura di questo tipo possa avere sulle persone. In questo senso un grande pregio del film diventa anche il suo più grande limite. Mahaffy sembra infatti talmente coinvolto emotivamente nella storia che mette in scena da non voler mai andare veramente a fondo nella destrutturazione psicologica dei suoi personaggi. Il suo è uno sguardo rispettoso, bisognoso di riconoscere una dignità umana a ciascuno, ma a trarne le conseguenze è proprio il coinvolgimento emotivo dello spettatore.

Ancorato quindi alla forma documentaristica il film non riesce ad essere mai davvero plasmatore della realtà che vuole rappresentare e finisce, anzi, per diventarne succube, subordinando ogni esigenza narrativa alla necessità di documentarla così com’è, in tutta la sua magnifica e imprevedibile potenza. E il risultato è di certo straniante, anche perché i personaggi che dovrebbero stare al centro della storia finiscono spesso e volentieri per essere figure marginali, appena visibili sullo sfondo. E soprattutto per le scene ambientate durante le preghiere cantate Mahaffy, che inquadra lui stesso a mano libera i volti e i movimenti dei partecipanti, non è visibilmente in grado di rinunciare all’eccezionalità del materiale che ha di fronte finendo per dargli troppo spazio e mettendo di fatto in secondo piano tutto il resto.

Insomma Free in Deed è un film senz’altro di grande valore, coraggioso e originale nel suo mescolare così bene realtà e finzione in un unica grande rappresentazione. Mahaffy riesce veramente a farci vivere questi momenti di preghiera e a farci entrare in contatto con questa comunità religiosa dall’interno, ma il film fatica ad arrivare allo spettatore proprio perché non vi è una volontà precisa di concentrarsi su un’emozione o sul percorso di un singolo personaggio. Il suo è, appunto, uno sguardo antropologico e per certi versi distante, come di chi rispetta ma non condivide. E allora viene da chiedersi se non sarebbe stato meglio farlo davvero questo documentario, forse il film ne avrebbe guadagnato in chiarezza narrativa.

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