Il ragazzo della porta accanto (Rob Cohen, 2015)

di Fausto Vernazzani.

Personalmente credo Jason Blum meriti un ringraziamento, quando nel 2000 fondò la Blumhouse avviò un processo che avrebbe reso evidente quanto il cinema negli USA non è altro che un’industria. Il suo fiuto è senza pari, con una manciata di dollari ha prodotto opere da centinaia di milioni: basti pensare a Paranormal Activity. E, sì, per quello non si può affatto essere grati, ma che dire di Whiplash, delle godibili serie InsidiousLa notte del giudizio e altri piccoli film discreti? Non posso non includere anche la miniserie di fantascienza Ascension andata in onda su SyFy. Ma il grande difetto della Blumhouse è palese nel momento in cui si spiaccica nelle sale con film come Il ragazzo della porta accanto.

La pretesa è quella di produrre un thriller dai toni erotici e per farlo usa una Jennifer Lopez che con i suoi 46 anni continua a conquistare gli occhi di generazioni multiple, ma il talento è rimasto ai livelli del famosissimo flop Amore estremo (Gigli) con Ben Affleck. Il risultato è tutt’altro che un’opera sensuale, un film ridicolo su temi già affrontati privati di un potenziale innovativo dalla stessa scelta di un regista consumato – in senso negativo – come Rob Cohen. La storia la possiamo ridurre in due righe: Claire è sola con suo figlio, il marito ha lasciato la casa dopo aver ammesso il tradimento, e ora, debole, cede alla tentazione del nuovo giovane vicino Noah, deciso a entrare nella sua vita con violenza.

Una notte di sesso segnerà la vita di Claire, intellettuale insegnante di liceo con una passione per Omero, unica scena con un minimo di attrattiva, e non per via della Lopez in lingerie, semplicemente perché l’unica in cui succede qualcosa, la sola a creare un minimo di aspettativa sulla restante ora di film. Non succederà alcunché e il co-protagonista Ryan Guzman, per quanto ci provi, ha dalla sua delle battute da sbellicarsi anziché seminare terrore e se per Cohen inquadrare le finestre appannate attraverso cui la Lopez guarda gli addominali di lui è sinonimo di suspense, mi sa che qualcosa è andato veramente storto nella sua carriera. Com’è possibile che vent’anni fa dirigeva Dragonheart e adesso questo?

E dunque torniamo al difetto numero 1 della Blumhouse. Se pensiamo ad altri celebri studi a prevalente produzione horror come la Universal che fu e la Hammer Films, ci si rende conto che al di là della trama c’era una cura per l’atmosfera: i colori, le scenografie, i costumi, anche se riutilizzati in modi diversi, offrivano una spaccatura netta con la realtà produttiva che li circondava. In particolare la Hammer, registi come Fisher hanno dato personalità. La Blumhouse manca proprio di questo, è senza personalità, nulla la rende riconoscibile e apprezzabile anche nei lavori minori come, appunto, Il ragazzo della porta accanto, dove la spesa maggiore sarà stata il solo cachet della Lopez (che peraltro figura tra i produttori)

Nulla degli ambienti interni spicca sul resto, persino la (classica) stanza tappezzata di foto di lei non ha niente di inquietante, un episodio di C.S.I. riesce a trasmettere più pathos. Che farcene allora della Blumhouse e perché insistere nel seguirla. Risposta facile: l’assenza di carattere lascia spazio agli autori, dando così modo a registi come James Wan e Damien Chazelle di farsi notare, creare qualcosa entro quei limiti aggressivi fautori di una creatività più audace, furba, con lo spettatore inchiodato nel cervello. Non è il caso di Rob Cohen e potrebbe esserlo anche in futuro per qualcuno della sua risma: registi dozzinali chiamati per creare prodotti dall’incasso facile.

Intanto Il ragazzo della porta accanto è il terzo film che segna una volontà specifica della cantante: non più commedie romantiche, è il momento dell’azione, dimostrare di essere ancora bella, forte e soprattutto giovane. L’abbiamo già avuta infatti in Parker al fianco di Jason Statham e questo stesso 2015, oltre al thriller soggetto della recensione, si è gettata nella mischia con una delle attrici più calde del momento, Viola Davis, in Lila & Eve. E tu guarda caso uscirà in futuro anche il sequel di Via dall’incubo, un giallo diretto da Michael Apted nel 2002. Una nuova tendenza che ci si augura non sia così tremenda come questo evitabilissimo Il ragazzo della porta accanto. Meglio La ragazza della porta accanto, almeno è simpatico.

p.s. il regalo della prima edizione dell’Iliade è una scena cult. C’è anche da dire che il suo Oh, hi Noah ricorda il mitico Oh, hi Mark di Tommy Wiseau in The Room. Coincidenze?

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