Spy (Paul Feig, 2015)

di Francesca Paciulli.

L’autoironia è sempre una carta vincente. Nella vita, nella pubblicità – vedi Bruce Willis che canta Tozzi nello spot di una nota compagnia telefonica -, sul grande schermo.

Capita così che un film che scegli di guardare semplicemente perché in sala, a Luglio, non c’è poi questa gran scelta, si riveli un gustoso passatempo.

È il caso di Spy, la commedia in salsa spionistica di Paul Feig che fa dividere il set alla strana coppia Jason Statham (vera rivelazione comica della pellicola) e Jude Law (sempre affascinante, persino con il toupet) negli abiti tirati a lucido di due agenti della CIA.

Statham alias Rick Ford con insospettabile ironia gioca a fare il duro mentre Law (il suo collega Bradley Fine), con inconfondibile appeal british si prende mostruosamente sul serio, neanche fosse il figlio segreto di James Bond.

Ad aggiungere pepe al ménage à deux arriva però l’analista della CIA Susan Cooper (Melissa McCarthy, alla terza collaborazione con Feig), da sempre relegata dietro una scrivania (un po’ come la Penelope di Criminal Minds: fisico imponente e inarrivabile acume). Una giovane donna abituata a non essere considerata nel privato e nel lavoro (Rinuncia ai tuoi sogni: questo mi scriveva mamma nei cestini del pranzo), ma pronta a diventare operativa quando il suo adorato Fine capitola in servizio e l’agenzia deve mandare in missione un “insospettabile”.

Insomma, bisogna risolvere un “affare interno” molto spinoso e Ford è troppo noto  nell’ambiente spionistico. Susan, invece, è perfetta e grazie alla sua nuova identità di copertura (Penny Morgan, casalinga divorziata) e con il supporto del rude collega, può passare finalmente all’attacco.

Niente di nuovo sotto il sole, a fare il verso agli spy movie ci hanno già provato Steve Carell in Agente Smart – Casino totale, Sandra Bullock in Miss Detective e lo stesso Feig con Corpi da reato (dove McCarthy interpretava una sboccata poliziotta di Boston in coppia con Bullock, irreprensibile agente FBI). Ma nel caso di Spy a fare la differenza è la clamorosa alchimia  tra i tre protagonisti: due agenti segreti tra loro diversissimi (Statham e Law) e l’analista in lotta con la bilancia (Susan) che riesce a sventare – una gag via l’altra – un complotto mondiale.

E nonostante la prevedibilità dei colpi di scena e il ripetuto ricorso alla volgarità nei dialoghi (cifra registica di Feig dai tempi de Le amiche della sposa), il film scorre con ritmo tra sequenze d’azione ben coreografate e salaci scambi di battute tra McCarthy-Statham, nuova gustosa coppia di fatto della commedia.

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