Maggie - CineFatti

Contagious – Maggie (Henry Hobson, 2015)

Su un muro qualcuno ha chiesto al mondo se siamo umani. “Are we humans?” attraversa solo per un istante la storia di Maggie (Contagious), ma è sufficiente a tracciare un segno, il contorno della consapevolezza con cui Henry Hobson ha dimostrato di aver diretto questo particolare zombie-movie.

Molti lo definiscono atipico, e non a torto sebbene rientri in un filone “introspettivo” del genere già ampiamente esplorato da altri film e prodotti televisivi, come – per restare in tema di morti viventi – la serie britannica In The Flesh. Tuttavia, a fare la differenza non è tanto il lavoro di sceneggiatura – a cura di John Scott 3 – compiuto intorno al monstrum, lo zombie, affinché lo spettatore si identifichi con esso considerandolo alla stessa stregua di un eroe; piuttosto, e come anche sottolineato da Arnold Schwarzenegger nel corso di un’intervista promozionale, l’ipercalisse rappresentata da Hobson s’impegna a mettere a nudo soprattutto l’aspetto sentimentale della reazione umana di fronte all’imprevisto (e all’imprevedibile).

Wade Vogel (Schwarzenegger) è un padre che sfreccia a bordo del suo furgone lungo strade desolate per riabbracciare la figlia più grande, nata dal suo primo matrimonio: Maggie (Abigail Breslin). La ragazza, cui un morso ha trasmesso l’infezione del necrovirus che ha zombificato il mondo, grazie alla collaborazione di alcuni medici e al sostegno della nuova compagna di Wade, Caroline (Joely Richardson), ha la possibilità di tornare a casa e sfuggire così al regime di quarantena normalmente imposto a tutti i contagiati. Ciò non significa, però, che Maggie sia anche in grado di guarire: il virus della morte, in lei come negli altri, è inarrestabile, e avanza senza lasciare spazio ai sogni.

Lo sguardo intimista della regia di Hobson si apre con emozione e tremore su questa storia insieme tenera e drammatica, ne fissa i dettagli (le scritte sui muri, appunto, ma anche i crocefissi, le fotografie, i letti vuoti) sul più ampio nastro dei paesaggi azzurrognoli di Lukas Ettlin, avvolti dal fumo dei campi di grano in fiamme e dal silenzio dei boschi profondi che nascondo insidie, per una volta, umane. Quella che racconta è una decisione già presa in partenza, un destino comune: la tensione nasce perciò solo ed esclusivamente dallo svelamento del modo con cui la morte verrà – “e avrà i suoi occhi”. E forse proprio per questo sfuma, si perde, goccia dopo goccia nel mare dei particolari e dei flashback, pur lasciando un delicato suggerimento sull’etica del “buon morire” – Contagious, più di altre, può essere considerata una visione sui generis a favore dell’eutanasia – e l’immagine imponente di uno Schwarzenegger che il tempo ha appesantito ma non è riuscito a privare del suo incredibile carisma.

Francesca Fichera

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