Diamante nero (Céline Sciamma, 2014)

di Fausto Vernazzani.

C’è chi già la definisce una trilogia della giovinezza quella di Céline Sciamma, iniziata con Water Lilies, proseguita con il successo internazionale Tomboy e ora giunta al terzo “capitolo” Diamante nero. Un titolo italiano infelice se paragonato con l’originale Bande de Filles (l’inglese invece ammicca al film di Linklater, Girlhood), ma volendo essere indulgenti sia l’uno che l’altro possono trovare un posto nello sfaccettato plot di questo piccolo capolavoro francese al femminile dove il tema della discriminazione, intesa in tre forme diverse, è utilizzato con rara eleganza.

Il Diamante nero del titolo è Marieme (Karidja Touré), giovane adolescente senza alcun futuro scolastico, decisione imposta dall’alto, con una famiglia mantenuta dal fratello violento e spacciatore a cui lei fa da madre e un amore in embrione per Djibril. Le dinamiche sociali nella banlieue sono imposizioni, il colore della pelle, il genere sono entrambi motivazioni valide per chiudere le porte per uomini e donne senza volto, l’età e la volontà sono concetti alieni per chi dà rilievo al pregiudizio. Razzismo e sessismo non sono sfrontati, è uno strato di ghiaccio sottile che se oltrepassato può causare solo guai.

Così Sciamma immagina la vita di Marieme, sorella affettuosa e ragazza sorridente, soggetta alle continue mutazioni dell’adolescenza che la portano in questa nuova fase dai capelli lisci a lasciarsi andare e a vivere alla giornata con la sua nuova bande de filles, tre ragazze (svetta la Lady di Assa Sylla) in cerca di un quarto membro per la loro gang. Commettono piccoli crimini, bullismo, racimolano qualche soldo intimidendo i più piccoli, fughe dalla retta via per sentirsi parte di qualcosa che non può rifiutarle, come la cultura pop che con semplici parole ti vende consapevolezza e un’autostima fittizia.

La voce di Rihanna con Diamonds arriva a consolare spettatore e bande con una scena gentile e un po’ piaciona che non può però mancare di colpire il lato soft di ognuno di noi; le nostre protagoniste sono dei bellissimi diamanti: se non la vita reale, sarà almeno il pop generalista e superficiale a dare loro quello che sentono di meritare. Tuttavia Marieme, ora Vic, suo soprannome, non finisce di crescere e la sua storia continua a evolversi così come la sua pettinatura, cercando il suo spazio tra gli uomini mascherandosi come uno di loro, dopo aver trovato la sua sessualità.

Diamante nero non conosce conclusione neanche nel finale, avrebbe potuto continuare all’infinito, forse l’unica vera somiglianza con Boyhood ricercata dal titolo internazionale Girlhood, e Sciamma sarebbe stata capace di rendere ogni minimo dettaglio con la stessa grazia con cui ha introdotto Marieme una volta svestita della tuta da football americano della scena d’apertura. Quanto non manca mai è l’idea portante: una ragazza degna di stima che con forza e senza l’aiuto di nessuno cerca se stessa e il proprio spazio, con più forza di quanto ci si possa mai aspettare.

Un tema comune alla sua filmografia, prima incentrata in particolare sull’aspetto sessuale con la scoperta del piacere in Water Lilies e il piccolo transgender Mikael di Tomboy, ognuno/a dei protagonisti della Sciamma possiede una forza interiore che li spinge a respirare a testa alta e non a lasciarsi trasportare. Ogni decisione presa da Marieme, a partire dalla sua inclusione nella bande de filles, nasce da un obiettivo che lei stessa desidera di conseguire. Diamante nero è un film splendido, più complesso di quanto il titolo italiano voglia lasciar trasparire: se si è disposti ad andare oltre si verrà premiati.

 

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