Contagious - Maggie

Contagious – Maggie (Henry Hobson, 2015)

di Francesca Fichera.

Su un muro qualcuno ha chiesto al mondo se siamo umani. “Are we humans?” attraversa solo per un istante la storia di Maggie (Contagious), ma è sufficiente a tracciare un segno, il contorno della consapevolezza con cui Henry Hobson ha dimostrato di aver diretto questo particolare zombie-movie.

Molti lo definiscono atipico, e non a torto sebbene rientri in un filone “introspettivo” del genere già ampiamente esplorato da altri film e prodotti televisivi, come – per restare in tema di morti viventi – la serie britannica In The Flesh. Tuttavia, a fare la differenza non è tanto il lavoro di sceneggiatura – a cura di John Scott 3 – compiuto intorno al monstrum, lo zombie, affinché lo spettatore si identifichi con esso considerandolo alla stessa stregua di un eroe; piuttosto, e come anche sottolineato da Arnold Schwarzenegger nel corso di un’intervista promozionale, l’ipercalisse rappresentata da Hobson s’impegna a mettere a nudo soprattutto l’aspetto sentimentale della reazione umana di fronte all’imprevisto (e all’imprevedibile).

Wade Vogel (Schwarzenegger) è un padre che sfreccia a bordo del suo furgone lungo strade desolate per riabbracciare la figlia più grande, nata dal suo primo matrimonio: Maggie (Abigail Breslin). La ragazza, cui un morso ha trasmesso l’infezione del necrovirus che ha zombificato il mondo, grazie alla collaborazione di alcuni medici e al sostegno della nuova compagna di Wade, Caroline (Joely Richardson), ha la possibilità di tornare a casa e sfuggire così al regime di quarantena normalmente imposto a tutti i contagiati. Ciò non significa, però, che Maggie sia anche in grado di guarire: il virus della morte, in lei come negli altri, è inarrestabile, e avanza senza lasciare spazio ai sogni.

Lo sguardo intimista della regia di Hobson si apre con emozione e tremore su questa storia insieme tenera e drammatica, ne fissa i dettagli (le scritte sui muri, appunto, ma anche i crocefissi, le fotografie, i letti vuoti) sul più ampio nastro dei paesaggi azzurrognoli di Lukas Ettlin, avvolti dal fumo dei campi di grano in fiamme e dal silenzio dei boschi profondi che nascondo insidie, per una volta, umane. Quella che racconta è una decisione già presa in partenza, un destino comune: la tensione nasce perciò solo ed esclusivamente dallo svelamento del modo con cui la morte verrà – “e avrà i suoi occhi”. E forse proprio per questo sfuma, si perde, goccia dopo goccia nel mare dei particolari e dei flashback, pur lasciando un delicato suggerimento sull’etica del “buon morire” – Contagious, più di altre, può essere considerata una visione sui generis a favore dell’eutanasia – e l’immagine imponente di uno Schwarzenegger che il tempo ha appesantito ma non è riuscito a privare del suo incredibile carisma.

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