Wrong

Wrong (Quentin Dupieux, 2012)

di Francesca Paciulli.

Un pupazzetto giallo in sneakers muove la testa a tempo di musica. Siede alla scrivania di un lussuoso ufficio e sembra alquanto indaffarato: risponde al telefono, firma un documento dietro l’altro. È Flat Eric, protagonista peloso della hit elettro-house di fine anni 90 Flat Beat e in seguito degli spot di una nota marca di jeans.

Ora sparigliamo le carte: togliamo di mezzo il pupazzo (ma non il suo ideatore Mr. Oizo, pseudonimo del produttore discografico e regista francese Quentin Dupiex) e mettiamo al suo posto un uomo sulla trentina dallo sguardo stralunato. Batte forsennatamente le dita sulla tastiera di un computer spento, riordina scartoffie zuppe d’acqua e beve caffé misto ad acqua piovana. Il temporale che imperversa in ufficio non sembra infastidirlo.

Dolph Springer (Jack Plotnick) è stato licenziato tre mesi fa, ma imperterrito continua a recarsi in ufficio dove finge di lavorare sotto gli sguardi ostili dei colleghi. E sotto il diluvio. Sul grande schermo si sono viste situazioni anche più bizzarre, eppure questo Wrong ha poco da invidiare ai più riusciti esperimenti di Michel Gondry e Charlie Kaufman.

La sveglia accanto al letto segna l’ora: 7, 59. Passa un secondo e il display indica le 7.60. E’ sufficiente una delle prime inquadrature per suggerirci il gusto per il nonsense del regista (come già nel precedente Rubber). Poi entrano in scena, nell’ordine, Dolph, la sua vestaglia a quadrettoni e il surreale scambio di battute con l’insoddisfatto vicino di casa e ogni dubbio scompare. La vita del protagonista scorre su binari in apparenza tranquilli: ha una bella casetta luminosa, uova abbondanti per colazione, un cane che adora, Paul. Queste poche certezze si sgretolano un ordinario lunedì quando Dolph scopre che Paul non è in casa. È fuggito in cerca di nuovi amici? È stato rapito? In ansia per la scomparsa dell’amico a quattro zampe e deciso a ritrovarlo, innesca una serie di incontri ed episodi al limite dell’assurdo. Come l’inspiegabile ed estemporanea trasformazione della sua palma da giardino in pino, o l’incontro con la giovane centralinista di una pizzeria che incinta da poche ore, dà alla luce un figlio … già grande.

Situazioni grottesche che Quentin Dupiex mette a fuoco aiutandosi con il contrasto tra una fotografia nitida e rassicurante e una colonna sonora sottilmente inquietante (frutto della collaborazione con David Sztanke della band francese electrorock Tahiti Boy and the Palmtree Family). Ci immergiamo così senza porci troppe domande in un mondo popolato da personaggi che sembrano parlarsi senza realmente ascoltarsi: dalla cameriera Emma che decide di trasferirsi da Dolph (lasciando il marito) dopo averci scambiato sì e no due parole al telefono; al laconico vicino incapace di ammettere la sua passione per il jogging; fino all’instabile detective incaricato di ritrovare Paul.

E poi c’è Master Chang (uno strepitoso William Fitchner), ricchissimo guru dal viso sfigurato, che ha fatto fortuna scrivendo libri sulla telepatia cane-padrone. Di cosa si occupa? Con la sua azienda rapisce gli animali (anche Paul?) per dare alla gente la possibilità di capire quanto li ama. Proprio dall’incontro tra il Maestro Chang e Dolph, due pazzi mondi a confronto, nascono i momenti più esilaranti di un film dalle atmosfere stranianti che tiene desta la curiosità fino al (liberatorio) epilogo.

 

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