Fury (David Ayer, 2014)

di Fausto Vernazzani.

Quanto è complicato intavolare un discorso sull’ultimo film di David Ayer, il war movie Fury, di cui così poco si è parlato dal momento in cui fu distribuito illegalmente online dagli hacker che attaccarono la Sony lo scorso autunno. Senza infamia e senza lode, né carne né pesce, potremmo tirar fuori dal cappello più e più detti per cercare di incasellare Fury in un determinato spazio, ma più si tenta e ci si scopre a forzare un giudizio che difficilmente potrà essere del tutto positivo.

Il carismatico Brad Pitt piomba sul fango e il sangue della Seconda Guerra Mondiale, questa volta al comando dell’equipaggio del Fury, un carro armato dell’esercito alleato in servizio dall’inizio del conflitto. Ne ha viste di tutti i colori e ora è sul territorio tedesco per abbattere l’ultima resistenza nazista e lì morirà il primo membro del suo team, costringendo il comando ad assegnargli un nuovo assistente pilota, il giovane Logan Lerman, un dattilografo senza alcuna esperienza di combattimento.

Il cinema di Ayer ha un tratto comune: il testosterone. Ne avevano a pacchi Christian Bale in Harsh Times e Denzel Washington in Training Day, per non parlare del più recente Sabotage. In Fury la dose di machismo è misurata, esiste e resiste grazie al paragone tra i quattro carristi e il nuovo arrivato, in scontro perenne con la testa calda Joe Bernthal, il messicano Michael Peña e il religioso Shia LaBeouf, ma soprattutto con Pitt e il suo severo sergente che insiste a sottoporlo a una terapia d’urto.

È così che Fury procede, tra la clemenza del Sergente e gli ideali di Norman, schiacciato dall’aforisma centrale, “Gli ideali sono pacifici. La storia è violenta”, con cui Ayer affoga lo spettatore per sottolineare, ancora una volta, come la guerra sia difficile, se non impossibile, da idealizzare. Era solo fango e sangue. Uno sfondo vissuto da molte persone, guidate dall’odio comune a un’amicizia necessaria. Ma in Fury si percepisce davvero poco il legame, costruito attraverso un paio di lunghe scene più che evitabili.

Un eterno gioco sadico con la conclusione prevista sin dall’inizio, telefonata prima ancora dell’acquisto del biglietto. Se questa è l’infamia la lode la troviamo in due singoli aspetti: gli attori, pur avendo poco materiale per farsi avanti, riescono a dare il meglio di sé, permettendo al promettente Lerman e al folle LaBeouf di ergersi al livello della potente carica elettrica dell’ottimo Pitt, che riprende le pose, ma non il grugno, del tarantiniano Aldo Raine; in secondo luogo gli effetti, con colpi d’arma da fuoco di colori diversi per sottolineare la provenienza e il pericolo a cui i militari sono sottoposti. Un’idea originale.

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