Taxi Teheran (Jafar Panahi, 2015)

di Victor Musetti.

A quasi cinque anni dalla condanna impostagli dal governo iraniano, sei anni di reclusione più un’interdizione di vent’anni dal produrre, scrivere e dirigere film, Jafar Panahi è arrivato a Berlino con la sua terza opera clandestina (le prime due furono This is not a Film e Closed Curtain) aggiudicandosi l’Orso d’Oro per il miglior film della competizione. Ancora una volta i mezzi sono quelli che sono. Una semplice videocamera con il sonoro in presa diretta montata sul cruscotto di un’automobile.

In Taxi Teheran, come negli ultimi due suoi lavori, Panahi mette in scena sé stesso e la sua condizione di esilio. Questa volta però la sua veste è quella di un conduttore di un taxi in piena Teheran che, di passeggero in passeggero, racconta e si racconta immergendosi in situazioni di vita quotidiana più o meno ordinarie (c’è spazio anche per qualche colpo di scena). Parla poco e sorride molto, lascia che sia la realtà a prendere il sopravvento, corsa dopo corsa, rifiutando rigorosamente di essere pagato alla fine del tragitto.

Lo vediamo quindi portare in giro la nipotina che, intenta a svolgere un compito scolastico per il corso di cinema, riempie lo zio di domande a proposito delle troppe limitazioni impostegli dalla consegna (bisogna filmare il reale ma non tutto ciò che si filma è diffondibile, quindi bisogna rispettare una determinata etica per far sì che il lavoro non offenda la morale musulmana). C’è poi un trafficante di dvd, che grazie al suo lavoro permette a molte persone di vedere film non distribuiti in Iran, ad esempio Woody Allen e Nuri Bilge Ceylan.

Panahi resta per la maggior parte del tempo un osservatore, un ascoltatore. E non interviene quasi mai se non in casi di massima urgenza (un uomo ferito da portare in ospedale). I suoi passeggeri raccontano la sua Teheran meglio di chiunque altro: lo spirito di una bambina che si pone domande su tutto, l’umorismo di un commerciante clandestino, i problemi con gli agenti governativi di un’amica attiva politicamente, la scaramanzia di due vecchie signore con la paura di morire. Piccole situazioni che sono l’affresco di una realtà variegatissima e per niente appiattita dalla monocromia culturale del fondamentalismo religioso.

L’interdizione imposta a Panahi è diventata a tutti gli effetti uno stimolo ad esplorare linguaggi e narrazioni totalmente inedite sia per lui stesso che per buona parte del cinema internazionale. E si può dire senza alcun dubbio che Taxi Teheran, nel suo documentare la realtà mettendola in scena dall’inizio alla fine (è opportuno far notare che si tratti al 100% di un film di finzione mascherato da documentario) sia la sua opera più originale, più complessa tecnicamente e più formalmente riuscita di sempre. La prova palpabile di quanto di fronte ad una mente libera e completamente dedita alla propria arte non contino niente la mancanza di mezzi, di soldi e di condizioni per realizzare qualcosa di grande. E Taxi Teheran, nel suo essere un film piccolo, è proprio questo: grande, grandissimo cinema.

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