20000 Days On Earth

20 000 Days On Earth (Iain Forsyth & Jane Pollard, 2014)

di Victor Musetti.

I documentari sulle rock-star non sono mai stati un genere particolarmente fortunato. Anche a volersi sforzare, di film memorabili se ne ricordano veramente pochi. Uno di questi per esempio fu il capolavoro Let’s Get Lost di Bruce Weber, che conferì un ritratto completamente inedito e sofferto della leggenda vivente Chet Baker negli ultimi anni della sua carriera prima del tragico epilogo. Per il resto si  è sempre trattato di un genere rischioso, a cavallo tra l’operazione di marketing e l’auto-celebrazione spinta. Da questo punto di vista 20 000 Days On Earth, film in cui Nick Cave racconta il suo 20’000esimo giorno di vita tra prove in studio, incontri con vecchi amici e confessioni dallo psicanalista, non dà l’impressione di voler essere qualcosa di particolarmente diverso.

La vera particolarità di questo documentario sta però nel fatto di rifiutare sin da subito una struttura convenzionale. Non ci sono voci narranti su immagini di repertorio né interviste impostate in modo classico. Il film è piuttosto strutturato come una vera fiction con Cave come protagonista. E l’idea è particolarmente vincente, anche perché sarebbe risultato piuttosto ridicolo sentirne parlare da terzi in modo etereo o come di una leggenda vivente. Tutto quindi è scritto, pianificato, messo in scena e fotografato magnificamente (ad Erik Wilson va la gran parte del merito per lo straordinario comparto visivo del film). Cave, che è un uomo celebre ma di certo non una leggenda, oltre ad essere vivo e in forma smagliante è anche e soprattutto un attore come pochi, ma forse lo sapevamo già.

20000 Days On Earth 2

A differenza di quanto hanno scritto in molti, 20’000 Days On Earth quindi non è un film che rivoluziona o riscrive le regole del cinema documentario. Ad esempio si ricorda l’incredibile film The Imposter che, con un processo analogo a quello utilizzato dalla coppia di registi Iain Forsyth e Jane Pollard con Cave, ovvero quello di utilizzare il personaggio di cui si parla come protagonista di una finzione messa in scena per l’occasione, riusciva così a raccontare la propria storia in modo del tutto spettacolare e rendendo la narrazione molto più accessibile per un pubblico generalista. Oltre alla fotografia ricercatissima è opportuno segnalare l’incredibile lavoro di sound design di Joakim Sundstrom, capace di rendere il film, grazie al montaggio efficace e d’effetto (Jonathan Amos), una sorta di esperienza audiovisiva liquida (come diceva Korine) sensoriale e totalmente immersiva.

E in tutto questo Cave non ci risparmia in nessun momento la sua invadente e leziosa personalità con continue frasi che riassumono il suo processo creativo e la sua visione della vita. Ma se un’operazione del genere sarebbe potuta risultare facilmente patetica, il miracolo avviene soprattutto grazie ad alcune astuzie in fase di sceneggiatura. Non ci si lascia infatti mai andare a finte modestie o facili commiserazioni (per esempio i riferimenti alle dipendenze da droghe sono appena accennati). Questo fa sì che ne venga fuori il ritratto di una persona integra, coerente e profondamente consapevole della propria posizione nel mondo. E c’è l’ammissione di un falso mito quando Cave confessa di aver maturato il suo desiderio di fare musica a partre dall’invidia che nutriva nei confronti dei suoi idoli della musica, delle loro facce sulle copertine dei dischi.

Poi un giorno si è svegliato e si è reso conto di essere diventato ciò che aveva sempre sognato di essere. E che cosa è cambiato? Per esempio il suo rapporto con il passato. 20’000 Days On Earth è infatti principalmente un film sulla memoria. In una simulata seduta psicanalitica Cave rivela che la sua più grande paura sia di perdere tutti i ricordi. E la storia della vita di ogni persona diventa più chiara mano a mano che ci abituiamo a raccontarla. Prende forma e si costruisce, parola dopo parola, nel modo e nella misura in cui decidiamo di riportarla agli altri. E con queste parole si fa più nitida e acquista di legittimità la natura stessa del film, che altro non è che un ulteriore tassello nell’opera di un grande artista, che ha rincorso un bisogno per tutta la vita e che oggi sente di doverlo stampare nell’eternità.

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