I'll Follow You Down - CineFatti

I’ll Follow You Down (Richie Mehta, 2013)

Una credibile storia sui viaggi nel tempo per Haley Joel Osment in I’ll Follow You Down.

Lo avevamo scritto circa il Predestination degli Spierig Brothers: se volete girare un film di fantascienza sui paradossi temporali avete due sole soluzioni. La prima è costruire un escamotage inattaccabile come nell’Interstellar di Nolan, la seconda è non correre rischio alcuno: I’ll Follow You Down del regista canadese di origini indiane Richie Mehta, alla prima opera di fantascienza, è l’esempio perfetto di questo caso specifico.

Siamo nei primi Duemila tra le quattro mura di una famiglia normale: Rufus Sewell è un padre amorevole in partenza per una conferenza a Princeton, un evento da cui non farà mai più ritorno, lasciando la moglie Gillian Anderson e il figlio senza un capofamiglia.

Il piccolo Harold è dovuto crescere senza avere la minima idea di dove suo padre fosse andato, la madre col dubbio di essere stata abbandonata dal marito per un’altra donna, entrambi con un cuore ferito e l’incapacità di relazionarsi al prossimo senza prima scontrarsi con loro e se stessi. Per Harold/Haley Joel Osment la vita sembra prendere la piega giusta: è un genio matematico con un brillante futuro davanti, in procinto di sistemarsi con la fidanzata incinta con cui è alla ricerca di una casa, finché non arriva l’unica persona che sa dove suo padre è scomparso dieci anni fa.

Si tratta di suo nonno Sal/Victor Garber, professore universitario di matematica meno geniale della sua discendenza, ora deciso a dire la verità al nipote: suo padre aveva costruito una macchina del tempo ed era corso agli anni in cui Einstein camminava su questa terra per studiare insieme a lui un modo per evitare la formazione dei paradossi.

La sfortuna però lo volle ucciso da un furfante di strada, abbandonato nel passato con un mistero sulla sua identità appeso al collo. Inizia così una spirale verso la delusione, Harold segue suo padre giù, come da titolo, mentre la sua vita si sfalda e le tragedie si susseguono. Per lui non esiste altro colpevole che la decisione di suo padre di andare indietro nel tempo.

Mehta dirige sì un film di fantascienza, ma come in molti casi l’elemento immaginifico è soltanto un pretesto per creare la situazione desiderata: in I’ll Follow You Down il desiderio era rappresentare le sofferenze di una famiglia, di un figlio cresciuto senza l’amore di un padre e soprattutto col terrore di non essere stato amato e per questo abbandonato, di avere qualcosa che non funziona con lui.

Osment era un bambino prodigio, con A.I. di Spielberg e Il sesto senso di Shyamalan ha segnato la storia e anche da adulto dimostra di essere un attore eccezionale: il fisico non sarà quello di una star di Hollywood, ma il talento lo è, e quegli occhi piccoli incavati raccontano più di mille denti luccicanti.

Il regista dal canto suo è abbastanza timido, preferisce che a prevalere sia il cast, professionisti di un certo livello e non fa quel passo avanti necessario per rendere I’ll Follow You Down un film di maggiore interesse.

Non corre rischi coi viaggi nel tempo – scavalcando così il pericolo di eventuali paradossi guastafeste – e neanche con la regia, creando così l’unico vero difetto di tutto il lavoro, una calma piatta a cui soltanto la carica di Osment riesce a fare da contraltare. Un finale ben assestato è quanto salva il terzo film di Mehta dal fallimento, accontentando i gusti di chi era alla ricerca di un colpo di scena efficace e chi di una risoluzione emotiva al caos al centro di tutto.

Fausto Vernazzani

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