Mange tes morts (Jean-Charles Hue, 2014)

di Victor Musetti.

Jean-Charles Hue, regista di film documentari francese e di origine più che benestante, ha trascorso anni della sua vita nel nord della Francia insieme ad una famiglia Jenisch, popolo di nomadi di origine germanica che, per alcuni tratti caratteristici quali la pelle molto chiara, gli occhi chiari e i capelli biondi, sono conosciuti anche con il nome di “zingari bianchi”. Grazie ad un rapporto di affetto e fiducia maturato e guadagnatosi nell’arco di più di sette anni sia all’interno della famiglia, i Dorkel, sia all’interno del resto della comunità, Jean-Charles è riuscito ad un certo punto a coinvolgere l’intero villaggio nella realizzazione di un vero film, grazie soprattutto al beneplacito del capofamiglia Frédérick Dorkel, uomo temuto e rispettato dal resto del campo, che con la sua massiva presenza fisica è diventato il protagonista assoluto della storia.

Il risultato di questa operazione è il film soprendente La BM du Seigneur, lavoro a metà strada tra la finzione e il documentario che in Francia è diventato un successo totalmente inaspettato. Infatti tre anni dopo Jean-Charles ha voluto continuare a battere il ferro finché era caldo e ha realizzato questo Mange tes morts (espressione offensiva molto simile al nostro “li mortacci tua”), recuperando la famiglia Dorkel, i comprimari, il campo rom, le automobili, le rapine, le armi, le dispute familiari e i corpi e i volti consumati dalla rabbia. Questa volta il protagonista è un ragazzo, Jason, che, alla vigilia del proprio battesimo per entrare nel gruppo degli “evangelisti”, si fa trascinare in una pericolosa rapina da suo fratello maggiore Frederick, appena tornato dopo 15 anni di carcere per l’omicidio di un poliziotto. Insieme a Mickaël e ad un cugino mezzo albino partiranno per una notte interminabile lungo l’autostrada, tra litigi per questioni di onore, ripensamenti dell’ultimo minuto, rancori di lunga data, pestaggi e inseguimenti in macchina.

Mange tes morts

Gli Jenisch non condividono praticamente nulla con l’immaginario folkloristico che abbiamo della cultura gitana. Non suonano strumenti, non si riuniscono la sera intorno al fuoco per cantare e ballare canzoni popolari, niente di tutto ciò. Sono una comunità con pochi e semplici valori, tra cui vi è quello della fede cristiana. Questo è uno degli aspetti che distingue maggiormente Mange Tes Morts dal suo predecessore, perché la vita della comunità e del campo, che ampiamente ci era stata mostrata in quel film con taglio documentaristico, qua passa relativamente in secondo piano a favore di una struttura molto più convenzionale. Mange tes Morts comunque lo si voglia guardare è un puro film di genere, tra inseguimenti e sparatorie con la polizia come in una sorta di Mean Streets neorealista, lo si può inquadrare come uno strano ibrido tra un gangster movie all’americana e un documentario di Gianfranco Rosi.

E ci si può sentire un po’ ubriachi dalla quantità spropositata di chiacchiere che i 4 chiusi in macchina si rovesciano addosso l’un l’altro senza un attimo di sosta. Innanzitutto perché la lingua parlata è un dialetto quasi incomprensibile anche per i francofoni (infatti in Francia il film è distribuito in una versione doppiata), poi perché, pur seguendo una sceneggiatura, il film spesso è costretto ad avallare gli eccessi di recitazione dei suoi personaggi che, spinti all’improvvisazione continua e dovendo recitare la parte di loro stessi, fanno strabordare il film di discorsi inutili.

In questo senso La BM du Seigneur appare comunque come un lavoro più solido nelle intenzioni e nel risultato. Ma la forza e l’unicità dell’operazione rimangono intatte anche in questo film, tanto che a questo punto è lecito aspettarsi un terzo capitolo conclusivo, perché per quanto brutti, sporchi, pericolosi e violenti questi Dorkel siano, hanno il fascino della vita vera stampato addosso. E come materiale cinematografico non sarà mai rimpiazzabile da nessun attorucolo modellato e ben truccato di questo mondo.

 

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