L'uomo invisibile

L'uomo invisibile (James Whale, 1933)

L’uomo invisibile: quando il mostro è più che umano (o post-umano) – di Francesca Fichera.

Si parla tanto degli Universal Monsters e del loro ritorno, da Dracula a Frankenstein e dintorni, dove si trova il meno famoso ma altrettanto tremendo Uomo invisibile, personaggio fuoriuscito da uno dei mille mondi di H. G. Wells.

Come il suo più rigido e imponente compagno interpretato da Boris Karloff, anche l’uomo trasparente proviene da un azzardo della scienza, dalla forza della sperimentazione portata ai suoi estremi.

A differenza di Frankenstein però, L’uomo invisibile sceglie di sperimentare sul suo stesso corpo, come dottor Jekyll e Andre Delambre de La mosca, mutando la conoscenza scientifica da strumento in arma che estende la distruzione dal sé a tutto il resto.

Chi è l’uomo invisibile

James Whale racconta la storia dell’invisibile Jack Griffin con il consueto tono d’altri tempi, dalle atmosfere cupamente e melanconicamente gotiche (bianco e nero di Arthur Edeson), introducendone il personaggio sotto un’aura che fin da subito trasuda cattiveria.

È immediatamente chiaro che l’uomo che attraversa la tormenta di neve e trova riparo nella locanda gestita da Jenny Hall – la caratterista Una O’Connor, presente anche in altre serie della Universal – assomiglia più a un crudele fantasma che a un viaggiatore in carne ed ossa.

Una persona che perdendo il senso dei confini mentali si è lasciata sfuggire (volutamente) anche quelli della propria fisicità, in un preludio allegorico al futuro del post-umanesimo.

The Invisible Man

Il primo di una lunga serie

Il film è il primo di una più o meno lunga serie: nel successivo Il ritorno dell’uomo invisibile (1940) Claude Rains sarà sostituito dal carismatico Vincent Price, di cui rimarrà solo e letteralmente uno spettro vocale ne Il cervello di Frankenstein del 1948, dove il personaggio ha nient’altro che un cammeo.

Intanto, come per Frankenstein, è già nata la controparte femminile – La donna invisibile, vestita da Virgina Bruce – e al volto bendato si sono impegnati a dare voce, alternandosi, attori come John Barrymore e Jon Hall.

L’opera di Whale del ’33, nella parziale ma sempre bella ingenuità  che caratterizza allo stesso modo le sue sorelle dell’epoca, si pone, insomma, a monte di una tradizione. In ballo ci sono  il genere – la fantascienza – e i suoi significati, la sua valenza di osservatorio del presente, inventario del passato e tracciato di spunti e direzioni nei confronti del futuro. (e poi, chi l’avrebbe detto? La bionda Flora amata dall’uomo invisibile altri non è che Gloria Stuart, futura voce narrante del Titanic di James Cameron).

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