King Kong 1933 - CineFatti

King Kong (Merian C. Cooper & Ernest B. Shoedsack, 1933)

 King Kong, la grande scimmia sul tetto del progresso.

Vedere è credere

Una certa tendenza – non troppo conosciuta – del fenomeno del divismo voleva che molti attori, in un secondo momento diventati veri e propri baluardi del cinema mondiale, venissero reclutati non in base al livello delle loro prestazioni ma grazie alla prestanza fisica di cui erano naturalmente dotati.

Una cosa che King Kong, film di culto e capostipite di filone come di genere per la doppia regia di Merian C. Cooper ed Ernest B. Shoedsack, riproduce fin dalle sue prime battute, donando un chiaro (e anche un po’ inatteso) esempio di metacinema ai suoi meravigliati spettatori.

È infatti in questo modo che la giovane Anna (Fay Wray) intercettata per strada dal regista megalomane Carl Denham (Robert Armstrong) passa dall’essere un’affamata ladruncola a futura star di Hollywood. L’unico prezzo sta nel fidarsi ciecamente del cineasta esaltato seguendolo nell’ennesima spedizione via mare verso luoghi sconosciuti e pericolosi.

Il regno di Kong

Galeotta fu la nave ma anche l’isola: la bionda Anna – definita donna d’oro dagli indigeni del posto – trova l’amore fra i marinai (John Driscoll, l’aitante Bruce Cabot) e l’orrore nella giungla piena d’ombre del luogo cui approda l’imbarcazione americana, la misteriosa isola del Teschio. Qui è dove avviene lo scontro, epico e imperituro, tra bellezza e bestialità. Come suggerito e anche sottolineato dalla sceneggiatura stessa:

Quando la bellezza vi strega, la belva si fa docile

in quei rari ma pregnanti momenti nei quali non rimane ingenua o gretta. D’altra parte, il fulcro tematico resta proprio quello de la bella bestia e tutto ciò che vi ruota intorno altro non è che racconto, azione, intrattenimento allo stato puro.

Chi ha paura del vecchio re?

Da un lato la moltitudine anonima dei selvaggi, dall’altro l’enormità del mostro (e dei mostri, perché King Kong non è l’unico, sull’isola e fuori) che vince nella rappresentazione di una paura del primordiale e del timore nutrito nei confronti del lato più dionisiaco dell’istinto umano (umano in quanto anche animale) mai realmente uscita fuori dall’immaginario, dove anzi si è insediata con forza grazie anche e soprattutto a film come questo. Che, a dispetto del fatto di apparire ai nostri occhi come rudimentali e forse pure un po’ buffi, riescono a restituire lo sguardo del passato, degli spettatori che gli sono appartenuti, assieme al suono delle loro urla terrorizzate e dei loro fremiti.

Perché King Kong, al pari dell’arte che l’ha reso famoso, nasce già capace di stupire. Nasce speciale. Sia per gli effetti che per la storia che gli effetti stessi aiutano a narrare.

Se gli uni o l’altra non bastano a sé importa relativamente: è nell’armonia fra le loro parti che si realizza il Cinema con la maiuscola, quello in grado di cavalcare e scavalcare qualsiasi epoca. A cui è sufficiente il primo piano di una maschera mostruosa o il campo lungo di un modellino in plastica e cartone per far credere che il mostro e la città sotto il suo assedio siano veri. Per sospendere l’incredulità e realizzare ancora una volta e per il tempo di un battito (o di una visione) la magia che la Settima Arte ha saputo fare propria: la verità della finzione.

Francesca Fichera

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