BFI58: A Hard Day (Kim Sung-hoon, 2014)

di Fausto Vernazzani.

L’apoteosi delle giornate andate male l’abbiamo vista con Un giorno di ordinaria follia, e oltre è difficile andare. Sulla stessa linea, tra il thriller e la commedia grottesca, si può inserire il secondo film del regista sud coreano Kim Sung-hoon, presentato al BFI London Film Festival, dal titolo A Hard Day. Ad avere una vera giornata di voi-sapete-cosa è il Det. Ko Gun-soo, un poliziotto corrotto come tutto il suo dipartimento, in corsa verso il distretto in vista di una perquisizione a sorpresa dagli affari interni. Il punto di partenza è il funerale della madre e prima di arrivare alla meta investe e uccide un uomo.

A Hard Day prende una piega surreale, Ko è una macchietta simpatica, un poliziotto marcio da prendere in giro senza troppi problemi, furbo e sfortunato a sufficienza nelle prime ore della sua brutta giornata da essere l’elemento perfetto per un primo tempo da promuovere a pieni voti. Ma A Hard Day deve proseguire e lo fa trasformandosi in un thriller in piena regola quando si scopre l’identità dell’uomo investito. L’ennesimo colpo di sfortuna lo trasporterà in un vortice di guai, ricattato e braccato.

A Hard Day

Il tono grottesco non sfugge, così Kim Sung-hoon salva la sua opera seconda, e anche nei momenti di maggiore tensione non mancano risate occasionali di fronte a scontri e scambi di battute in alcuni casi troppo stupidi da sembrar veri. Si perde la cognizione della realtà, alcuni colpi di scena iniziano a non avere alcun senso, le interazioni tra i personaggi navigano sui binari meno logici a cui si poteva pensare in fase di scrittura. L’effetto è certamente volontario, A Hard Day è un film che non desidera prendersi sul serio, ma nella ricerca del nonsense si perde con troppo orgoglio e diventa uno sfogo senz’anima.

In tal senso ad aver avuto il ruolo più complicato devono essere stati proprio gli attori, costretti dalla sceneggiatura a prender parte a una sorta di farsa, a portare i propri personaggi nelle situazioni più impensabili senza alcun nesso. Il protagonista Lee Sun-kyu è certamente il migliore, e la carriera alle spalle lo ha dimostrato ormai ampiamente, ma non è da meno il villain Cho Jin-woong (il dito medio alzato nella carrellata in slow motion nel corridoio della sauna gremita di yakuza è un tocco di classe) e il co-protagonista Jeong Man-sik, la cui espressività ha salvato scene altrimenti insalvabili.

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