Venezia71: The Cut (Fatih Akin, 2014)

di Arturo Caciotti.

A Mardin, nel 1915, la polizia turca riunisce tutti gli uomini armeni e li costringe a vagare nel deserto prima di ucciderli tutti, tranne uno: Nazaret/Tahar Rahim, un giovane padre di famiglia il cui carnefice recide per errore soltanto le corde vocali. È muto, ma può fuggire e andare alla ricerca della sua famiglia. Ma il terribile genocidio, che ha sterminato milioni di armeni, sembra aver risparmiato solo le sue due figlie, emigrate però chissà dove. Il viaggio di Nazaret sarà lunghissimo e pericoloso.

Regista assai versatile e “moderno”, Fatih Akin si è confrontato sia con la commedia che col dramma d’autore, riuscendo sempre a dare un tocco personale al suo cinema. In particolare, sia in film come La sposa turca, che in altri come Soul Kitchen, Akin ha saputo costruire con astuzia dei soggetti tanto rispettosi del “classico” quanto originali, soprattutto nel disordine strutturale degli avvenimenti narrati, che spesso e volentieri non seguono precisamente le norme di azione-reazione che prescrive il cinema commerciale.

Tutta questa premessa per dire cosa? Per dire che The Cut, pur confermando l’intenzione di voler spaziare tra i generi, rompe la tradizione con una regia personale e fresca, dinamica, e abbraccia il più classico dei viaggi di formazione a sfondo storico. Abbiamo l’uomo comune che si incrocia con i grandi (e luttuosi) eventi, abbiamo il distacco familiare e la brama di ricongiunzione, abbiamo insomma gran parte dei cliché dei film di questo tipo. Akin si incastra in una mega-produzione internazionale che limita inesorabilmente i suoi mezzi espressivi, e quello che doveva essere un salto di qualità è più un (forse) remunerativo passo a vuoto, in attesa di progetti degni di un interesse cinematografico più alto.

The Cut

Già il fatto che tutti, da turchi ad armeni, parlino inglese, è terribilmente fastidioso, se si considera anche la provenienza degli attori: sono originari di quelle terre, quindi parlano anche un inglese macchinoso e forzatissimo, elemento che di per sé pregiudica gran parte della credibilità dell’opera. Si vanno poi ad aggiungere alla lista dei problemi un protagonista sempre bello in carne, con guance rosee e barba adeguatamente rasata: per uno che ha attraversato deserti, monti, mari e fiumi in quasi perenne fuga, non è proprio il massimo della coerenza. Obiettivamente sono due disfunzioni macroscopiche, che non si possono ignorare.

Come già accennato, la messa in scena di The Cut è blandamente accademica, se non addirittura scolastica, con qualche prevedibile picco drammatico e qualche smanceria malinconica: ciò che giunge ai nostri occhi è un film terribilmente piatto e monotono, difficilmente credibile e ancor meno coinvolgente. Anche la durezza della rappresentazione dei morti e delle stragi viene banalizzata e sminuita dall’atmosfera programmaticamente tragica che Akin inculca a queste scene, vuoi per la musica, vuoi per la regia, entrambe le cose molto didascaliche.

Ma, nonostante tutto ciò, resta interessante l’attenzione del regista per la rappresentazione di un genocidio troppo poco ricordato oggi: infatti, Akin vuole chiaramente indicarcelo come un olocausto prima dell’olocausto, e questo concetto è visibile in vari livelli narrativi e iconografici: dalla brutalità e rapidità degli aguzzini, che non concedono davvero il tempo agli armeni di capire cosa sta succedendo, alla ricerca dei parenti a fine conflitto, tipico momento di tanti film sullo sterminio nazista. Ma insomma, a parte questo c’è ben poco da segnalare, in un film fondamentalmente già visto e non abbastanza solido per risultare quantomeno gradevole: tutto troppo fragile e approssimativo, ciò che regna è la noia.

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