Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie (Matt Reeves, 2014)

di Fausto Vernazzani.

A difesa dei traduttori possiamo dire che in italiano Rise of the Planet of the Apes e Dawn of the Planet of the Apes sono (quasi) la stessa cosa. Facile immaginare come gli addetti abbiano urlato all’unìsono machissenefrega portando alla luce in Italia Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie, un titolo infelice e fuorviante. Difficile anche riconoscerlo come sequel al film del 2011 di Rupert Wyatt, grazie a cui molti hanno rinnovato la propria fede nei reboot: il risultato fu ottimo e più che rispettoso dell’originale capolavoro del cinema di fantascienza del 1968 nato dalla penna di Pierre Bouelle.

Adesso il turno è  di Matt Reeves, nuova leva con un occhio speciale per lo spettacolo. La qualità del primo non ha ceduto il passo all’anima da blockbuster necessaria per ogni sequel – di questo genere almeno – che si rispetti e la storia avviata con il salvataggio del piccolo Cesare e la sua crescita in casa del Dr. Will Rodman (James Franco) continua con un ellissi temporale. Non siamo più nella popolosa San Francisco, siamo tra i suoi relitti, un esempio di una civiltà andata distrutta con lo spargersi del virus T-113. La cura per l’Alzheimer sognata dal personaggio di Rodman si rivelò causa di una pandemia che ha decimato il pianeta lasciando pochi sopravvissuti sparsi per il globo.

Reeves ci presenta il mondo pulito dalla razza umana, un classico e poco originale susseguirsi di immagini di repertorio e subito dopo la foresta, la stessa dove Cesare/Andy Serkis (il Mo-cap di Joe Lettieri lo aspettiamo agli Oscar 2015) portò le scimmie liberate per poter vivere in pace. Anni sono passati e sotto la sua saggia guida una città ai limiti di una cascata è stata eretta, lì si sono evolute in una società primitiva osservata in silenzio da Reeves con sguardo documentaristico, riverente, quasi fosse una tribù inviolata da avvicinare con cautela. Uno dei momenti migliori di tutto il film insieme alla sequenza sotto la pioggia torrenziale fotografata con un blu alieno da Michael Seresin, con una palette elementare, ma efficace, di colori forti, a tratti taglienti e disturbanti.

Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie

La tranquillità ha i minuti contati, umani e scimmie si incontrano dopo due anni di silenzio quando Malcolm/Jason Clarke, uno dei leader dell’accampamento di San Francisco, arriva nella foresta per cercare di riparare la diga e ridare corrente elettrica alla città. Le scimmie non vogliono gli umani e viceversa. Lo scontro è inevitabile, nonostante Malcolm e la sua famiglia (la dolce Keri Russell e il bizzarro Kodi Smit-McPhee) cerchino di ravvivare la fiducia di Cesare, che dal canto suo ha contro il figlio Occhi Blu/Nick Thurston e il vecchio amico Koba/Toby Kebbell. Un discorso sull’intelligenza si apre: con la maturazione di una più forte coscienza di sé arriva il desiderio di potere? O è un classico momento in cui vien sottolineato ancora una volta come seminare odio possa solo portare tempesta? Apes Revolution affronta entrambi i temi quasi con superficialità (Koba è il classico villain da due soldi, diciamocelo) per fare spazio all’occhio comune della paura, il sentimento prominente.

Gary Oldman urla il suo rifiuto con gli occhi spaventati, Clarke è devastato dal terrore di perdere suo figlio, Serkis (straordinario) teme per la salute della sua grande famiglia allargata. Così tutti comunicano, parlano una sola lingua e grazie a Reeves non c’è neanche la necessità di ascoltare realmente i dialoghi. Apes Revolution condivide i vantaggi di un brillante kolossal e di un dramma astuto, non approfondito come potrebbe essere, ma a sufficienza per non abbattere il bisogno di un minimo di cervello anche in giganti da centinaia di milioni di dollari. Un successo per la Fox, con per le mani un’opera capace di soddisfare sia palati raffinati (non eccessivamente), sia il pubblico pagante desideroso di veder fuoco e fiamme (e ne avrete a volontà).

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