Biennale di Venezia 2014: 10 film da non perdere

di Fausto Vernazzani.

Un anno fa eravamo tutti seduti in trepidante attesa di scoprire dove gli agenti di Steve McQueen avrebbero deciso di tenere la world premiere di 12 anni schiavo: con sorpresa di tutti non fu né Toronto, né Venezia, ma il Telluride, un nuovo festival entrato nel gioco dei grandi in un periodo già molto affollato. Il 2014 è pressoché identico, tutti in attesa di scoprire dove avrebbe debuttato Inherent Vice di Paul Thomas Anderson o Gone Girl di David Fincher – i titoli più ‘hot’ della prossima stagione – per poi scoprire che tutti e due avrebbero atteso fine Settembre per aprirsi al mondo al New York Film Festival, un altro giocatore divenuto sempre più importante.

I più attenti avranno già notato come la nostra antica Biennale sia circondata dal pericolo Nord-Americano, un continente dove si alternano ben tre Festival di impatto sempre maggiore. Toronto è ufficialmente la terza kermesse per importanza in tutto il mondo, dietro Cannes e la Berlinale, Venezia purtroppo, immaginando il mondo dei festival come un autobus di liceali in vacanza, è rimasto davanti mentre i più ‘cool’ della classe urlano in fondo a tutto. Competere contro il continente dove giace la maggior percentuale del potere economico cinematografico è una brutta cosa, ma Cannes e Berlino, ognuno seguendo una strada disegnata con precisione nei decenni, sono riusciti a sopravvivere.

Oggi Alberto Barbera e il team della Biennale di Venezia 2014 hanno annunciato il programma e c’è da dire che se anche lo star power non è dei migliori in assoluto, con svariati (troppi) film in world premiere in Italia e subito dopo sul red carpet canadese, sembra essere un piccolo passetto verso… non si sa in quale direzione. Venezia 2014 si differenzia dagli anni passati come un tentativo di attrarre un pubblico (categoria entro cui includiamo di tutto) più interessato ad un cinema particolare, non di cassetta e sicuro non di successo. Anche se è presto per dirlo. Un’invasione nel territorio tedesco della Berlinale, dove la nicchia è però più riconoscibile, che siam curiosi di esplorare e attendere. Intanto, come da tradizione su CineFatti, ecco i 10 film da non perdere provenienti da tutte le categorie.

Birdman (Concorso Ufficiale), di Alejandro G. Iñárritu. In apertura abbiamo introdotto i due film più attesi, ma rimanendo tra gli anglofoni, il numero tre di questa lista immaginaria era l’atteso ritorno del miglior regista messicano in circolazione. Il sottotitolo è Or the Unexpected Virtue of Ignorance, che insieme ai suggerimenti di ‘follia’ nel primo trailer ufficiale, lasciano pensare che la ricerca psicologica dell’autore di 21 grammi Biutiful non abbia terminato di scandagliare a fondo la mente dei suoi protagonisti, in questo caso un Michael Keaton che sembra voler riprendere con prepotenza il suo spazio nell’industria di Hollywood. Sarà anche film d’apertura, a sottolinearne l’importanza, sia per l’eccellente cast che per la forza attrattiva del regista.

The Sound and the Fury (Fuori Concorso), di James Franco. Siamo rimasti colpiti dalla bellezza estetica e narrativa di Mentre morivo, secondo lungometraggio dell’attore/regista/letterato, un manifesto della sua futura filmografia, interamente dedicata all’adattamento di numerosi classici (e non) della letteratura statunitense. Passato Cormac McCarthy con Child of God, film con cui partecipò al concorso ufficiale di Venezia lo scorso anno, ritorna a William Faulkner con un suo romanzo ancor più famoso anche in terra italica, ovvero, traducendo col titolo italiano, L’urlo e il furore. Vogliamo avere fiducia in lui e augurarci che As I Lay Dying non fosse solo una meteora.

Hill of Freedom (Orizzonti), di Hong Sang-soo. Un giapponese (Ryo Kase) arriva a Seoul per incontrare una sua vecchia amante. Nell’attesa vedrà anche altra gente. La sinossi dei film del sud-coreano Hong Sang-soo è sempre molto scarna, così come anche i movimenti di macchina a cui si oppone un uso forsennato dello zoom, eppure in anni di carriera non ha mai stancato. Considerato uno dei migliori autori in circolazione, anche da un esperto come Martin Scorsese, Sang-soo è diventato un must dello spettatore medio di ogni festival, ancora (semi)inedito in Italia, nonostante una vittoria ottenuta vicino casa a Locarno 2013 col suo precedente Our Sunhi. Un regista da scoprire e a giudicare dal numero di bar comparsi nei suoi film, anche un grande compagno di bevute.

Hill of Freedom

Nobi (Fires on the Plain) (Concorso Ufficiale), di Shin’ya Tsukamoto. In questo caso non c’è neanche bisogno di spiegare perché è un film assolutamente da vedere, Tsukamoto è uno dei grandi maestri del cinema contemporaneo, in una crociata per la perfezione assoluta. Tuttavia sul suo ultimo non si sa nulla, se non che il titolo corrisponde ad un classico di Kon Ichikawa del 1959 e questo ci lascia con una domanda: sarà forse un remake? Ce lo dirà solo il tempo… e internet. Al momento è solo la stampa italiana a diffondere il titolo, riportato pari pari dal sito della Biennale, nessuno all’estero sembra averne ancora scritto e quindi arriva il secondo dubbio: se lo sono forse inventato? Sarebbe uno scherzetto crudele, sapere che Tsukamoto ha un nuovo film in tasca è una gioia.

She’s Funny That Way (Fuori Concorso), di Peter Bogdanovich. Il maestro di origine serbo-austriaca mancava dalle scene da circa 13 anni, un caso isolato dopo tanta televisione da quando nei primi anni Novanta smise di dedicarsi attivamente al cinema. Motivo per cui ogni novità da parte sua è da considerarsi un evento storico e irripetibile – non si sa mai questa vita quanto può durare -, trattandosi poi di una commedia, tanto meglio. Certo, il cast (Imogen PootsOwen Wilson) non è dei migliori, né la trama, concernente una prostituta divenuta star di Broadway e interesse amoroso di registi e drammaturghi, ispira più di tanto, fatto sta che il nome Bogdanovich è una chiave che apre subito i nostri cuori: incrociamo le dita per una distribuzione italiana in grande stile.

She's Funny That Way

Burying the Ex (Fuori Concorso), di Joe Dante. L’autore dei Gremlins è da sempre stato un regista capace di mantenersi in equilibrio evitando di sfociare rovinosamente nel trash. Alcune delle sue opere possono causare mal di testa da facepalm ripetuto (Looney Tunes: Back in Action), altri sono un infuso di anni Ottanta anche se realizzati a decenni di distanza. Questo è quanto ci auguriamo di vedere a Venezia 2014, con (ancora) un’altra storia di zombie, in cui l’ottimo Anton Yelchin è il fidanzato di una ragazza morta… e tornata in vita come zombie. Quanto si differenzierà dal progetto gemello About Alex con Dane DeHaan e Aubrey Plaza è un mistero, ma la qualità sulla carta per ora è tutta dalla parte del buon vecchio Dante.

Burying the Ex

Hwajang (Fuori Concorso), di Im Kwon-taekThe Making of Korean National Cinema è il libro dedicato alla cosiddetta Colonna del cinema Sud-Coreano, Im Kwon-taek, 77 anni e autore di 102 film con l’aggiunta di Hwajang, adattamento del bestseller di Kim Hoon. La storia di un uomo con in cura una moglie moribonda mentre si crogiola in fantasie su una donna più giovane lo riunirà con il suo attore feticcio Ahn Sung-ki: i due fecero faville insieme nella doppietta FestivalTaebaek Mountains. Una creatura preziosa come Im Kwon-taek non la si può lasciare sola in sala, sia per motivi di rarità (il suo cinema non è mai arrivato in Italia) che per motivi di autorialità: il coreano è un geniaccio e la sua immensa filmografia ne è la prova migliore. Se volete approfondire, date un occhio al Korean Film Archive su YouTube.

In the Basement (Fuori Concorso), di Ulrich Seidl. Credo molti di noi debbano ancora riprendersi dalla bellezza della trilogia Paradies che vide il regista viennese partecipare in quest’ordine al festival di Cannes, Venezia e Berlino. Stavolta si tratta di un documentario dall’aspetto abbastanza bizzarro: come da titolo, Seidl si è riproposto di portare sul grande schermo la curiosa relazione, a quanto pare veritiera, del popolo austriaco con le loro cantine. Un argomento simile suscita un’innegabile curiosità e nella Biennale odierna, affezionatasi di colpo al cinema documentario (Joshua Oppenheimer sarà in concorso dopo il successo globale di The Act of Killing), sembra trovare la casa più adatta che ci si potesse aspettare. Forse una delle migliori sorprese dell’intero festival. Speriamo sia all’altezza.

In the basement

The Boxtrolls (Fuori Concorso), di Anthony Stacchi e Annable Graham. Ogni festival che si rispetti ha un momento per i bambini, un film d’animazione dedicato a loro deve essere sempre presentato. Se Cannes ha scelto la vittoria facile con Dragon Trainer 2 della DreamWorks Animation, Venezia 2014 punta alla qualità meno commerciale della Laika, lo studios produttore di CoralineParaNorman. Su CineFatti siamo fan di entrambe le opere precedenti e The Boxtrolls figura tra le più attese dei prossimi mesi (o anni, dipende dall’Italia come ha intenzione di comportarsi) con la sua storia di un ragazzino adottato dai “troll delle scatole” in una cittadina d’epoca vittoriana dove il pregiudizio sembra farla da padrone. I primi trailer sono davvero adorabili, in particolare il primissimo teaser.

Réalité (Orizzonti), di Quentin Dupieux. Da una parte un regista di film horror alla ricerca del “grido perfetto”, dall’altra un presentatore televisivo ipocondriaco convinto di avere una malattia della pelle e infine Réalité, una bambina di otto anni ossessionata da una video-cassetta. Da qualche anno siamo abituati alle assurdità del francese Quentin Dupieux, da Rubber in poi ci ha permesso di capire come cercare di unire i punti sia una totale perdita di tempo e di conseguenza come sia importante abbandonarsi ad una pellicola senza voler a tutti i costi cercare di capire cosa diamine stia succedendo. Dupieux è uno dei pochi a cui ci si può affidare senza crollare a terra ed è una curiosa scelta per il Lido, sarebbe stato più scontato vederlo a Toronto e in fondo, non essendo il programma canadese ancora completo, è quasi sicuro che ci sarà.

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