Escape from Tomorrow (Randy Moore, 2013)

di Victor Musetti.

Fin dalla sua presentazione al Sundance l’anno scorso di Escape From Tomorrow si è parlato tantissimo, a volte con toni entusiastici, a volte un po’ meno. Una cosa però su cui tutti si sono trovati d’accordo era il fatto di trovarsi di fronte a un oggetto che non aveva precedenti nella storia. Il critico del sito Ain’t It Cool News Drew McWeeny scrisse che non era possibile che questo film esistesse, tanto erano assurde e impensabili le modalità di realizzazione. E come lui molti altri, increduli, scrissero fiumi di parole, anche solo per il fatto che sulla testa dei produttori non pendesse alcuna causa legale nonostante la diffusione in uno dei festival più importanti del mondo. Il film infatti è stato girato in larga parte all’interno dei parchi giochi Disneyland e Disneyworld di Orlando senza alcuna autorizzazione da parte dell’organizzazione né tantomeno da parte della casa madre per quel che riguarda lo sfruttamento delle immagini. La cosa bella è che se uno guardasse il film ignaro di questo piccolo dettaglio non si porrebbe nemmeno il dubbio. Non gli verrebbe nemmeno in mente, tanto le immagini sono belle e suggestive, alcune davvero incredibili. Penso soltanto a tutte le inquietantissime inquadrature sulla giostra di Biancaneve o alle parti girate durante gli imponentissimi fuochi d’artificio del parco.

Escape from Tomorrow

Di fronte a una premessa come questa intorno al film si è creata un’aura di mistero che lo ha reso un oggetto quasi proibito agli occhi di chi lo guarda. Opera prima dello sceneggiatore e regista Randy Moore, Escape From Tomorrow è la storia di un padre di famiglia (Roy Abramsohn) che durante una vacanza al celebre parco Disney scopre di aver perso il lavoro. Da quel momento comincerà a entrare in un tunnel di malessere e paranoia che, unito alla presenza pressante di una moglie insopportabile, lo spingerà tra una giostra e l’altra a perdere sempre di più il contatto con la realtà. Spinto da una malsana attrazione per due ragazzine più che minorenni costringe suo figlio a seguirlo in ogni dove senza sapere di preciso il perché. Il suo viaggio assumerà sempre di più connotati fantascientifici, fino a che non scoprirà alcuni segreti su ciò che si trova dietro le quinte del parco di divertimenti più famoso al mondo.

Escape From Tomorrow ha richiesto da parte della produzione tanta pazienza e perseveranza. Anni di ricerche, dubbi, ripensamenti, visite nei parchi e valutazioni di ogni tipo per capire gli orari e i punti luce migliori per girare. Dopodiché i primi annunci, per cercare persone motivate e coraggiose. Ed era ovviamente soltanto l’inizio. Basti pensare che per girare una singola scena su una giostra c’era bisogno di ripetere la corsa almeno sei o sette volte, rischiando di dare nell’occhio, ripetendo file infinite tra la folla di visitatori. E poi gli attori, ogni giorno con gli stessi vestiti. E l’angoscia, lo stress continuo, la paura di essere scoperti, di farsi mandare all’aria il progetto da un momento all’altro. Insomma le condizioni per girare un film più impossibili e impensabili di sempre. Viene da sé poi che la cosa più interessante di tutte sia cercare di capire quali inquadrature siano state girate all’interno dei parchi (alcune lo sono indiscutibilmente, per esempio quelle sulle giostre) e quali invece siano state programmate su un set con l’aiuto del green screen o in location dislocate così da poter riprendere e registrare i dialoghi in tutta tranquillità (per le inquadrature nel parco i suoni sono stati presi con non poche difficoltà, ma è più facile pensare che granparte di queste siano state sonorizzate in un secondo momento).

Ma al di là dell’operazione di per sé geniale, il film in sé vale qualcosa? Personalmente trovo che l’idea di utilizzare Disneyland come set naturale per un film horror-fantascientifico sia qualcosa di fantastico e da ammirare a priori. A vedere dai risultati poi è difficile pensare che si potesse ottenere qualcosa di anche solo paragonabile con una produzione convenzionale e un budget più ampio. Escape From Tomorrow infatti, oltre a essere uno dei punti più alti di guerrilla filmmaking mai raggiunti nella storia è soprattutto un onesto b-movie mascherato da cinema d’autore, che tenta di mischiare atmosfere fantascientifiche da Ai confini della realtà con deliri allucinatori degni di Lynch. Ma la cosa che veramente stupisce è la volontà primaria di creare un film di genere, quindi con tutte le regole e gli stilemi del caso, senza però rinunciare a un’idea di trasgressione a livello tematico che non abbia paura di giocare con temi forti come quello della pedofilia (senz’altro l’aspetto più controverso del film) pur di mettere in scena un viaggio disturbante e malato fino in fondo. Ed è così che le scenografie gioiose del parco (« The happiest place on earth ») diventano con naturalezza elementi di oppressione e malessere che rendono lentamente il protagonista sempre più incapace di controllare le proprie allucinazioni e pulsioni erotiche. Un padre come un altro, una storia come un’altra all’interno di una realtà che tutti conosciamo più o meno bene. Ed è proprio questo attaccamento autoimposto al mondo reale che rende così efficaci le svolte narrative più assurde di questo film. Ed è comprensibile che a molti la cosa abbia fatto storcere il naso.

Più che di fronte a un film a volte si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un atto vandalico, un po’ come vedere dei genitali disegnati su un libro illustrato per bambini. Ma va affrontato con lo spirito con il quale si affronta una commedia, perché di questo in fondo si tratta. Piaccia o meno, Escape from Tomorrow è comunque un esempio di cinema indipendente con le palle come non se ne vedono praticamente mai. E’ cinema libero, anticonformista e profondamente consapevole di sé e di dove vuole arrivare. Un film sulla carta impossibile, inimmaginabile, inspiegabile a parole. Puo’ solo essere visto e constatato. Difficilmente imitabile. La vera sfida adesso per il regista e sceneggiatore Randy Moore sarà fare il passo successivo. E non vorremmo essere nei suoi panni viste le aspettative che si sono create su di lui. Lode quindi alla produzione per il coraggio, sperando vivamente che negli anni a venire tanti altri seguano e prendano esempio. In attesa di un horror ambientato a Ikea…

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