Nymphomaniac, vol. 2 (Lars Von Trier, 2013)

di Francesca Fichera.

Nella sua seconda parte, l’opera (d’arte) Nymphomaniac di Lars Von Trier spinge verso il chiedersi: può la ninfomania confrontarsi con la verginità? Il sacro è una dimensione cui attiene soltanto il secondo dei due termini oppure è solo un modo possibile di sentire qualsiasi cosa? Il piacere può davvero essere così soggettivo da sconfinare nella perversione? In sostanza, la parola chiave di questo secondo volume – come dell’opera tutta – sembra essere proprio la ricerca: in quanto categoria connaturata al normale percorso dell’esistenza umana, in quanto modus vivendi di un caso specifico e individuale, forse autobiografico, e in quanto suggerimento, conseguenza, che dal film scaturisce per colpire lo spettatore.

Nymphomaniac , vol. 2

Meno astratto e più incalzante e sferzante del primo tempo, il secondo tempo di Nymphomaniac realizza compiutamente lo svelamento di segreti e concetti approcciati in precedenza. L’ironia caustica di Von Trier emerge con maggiore chiarezza – Joe che critica una delle metafore usate da Seligman come “la peggiore delle sue digressioni”, intervento meta-narrativo e auto-ironico del regista/scrittore. Resta, forse persino aumentata, la bellezza di parole e immagini, più fattive che metaforiche: il paesaggio si sostituisce agli accenni, la macchina da presa vi si sofferma sopra più a lungo; gli oggetti cessano d’essere fonte d’allusione per esprimere senso di contatto diretto; la cesura fra la passionalità di Joe e la “matematica” di Seligman, anziché allentarsi come appare, diventa intima, profonda. Eppure, questo “nuovo e unico amico” di quella ninfomane che ha sempre lottato con il mondo come un albero solitario e deforme stagliato contro l’orizzonte; questo raziocinio fatto personaggio, grazie alla facoltà che lo contraddistingue, è riuscito a donare comprensione a chi non ha mai sentito di riceverne, soprattutto da una società ipocrita, omologata da un’ostinata voglia di quiete. Per una sera, per lo spazio di una conversazione, tutti i buchi (i vuoti) sono stati riempiti.

Arrivando finanche ad autocitarsi (con la nevicata dallo straordinario prologo di Antichrist), Von Trier conclude quella che è stata chiamata ‘trilogia della depressione’ con un film estenuante, che scuote fin nell’anima – quell’anima così splendidamente paragonata agli alberi, in un indimenticabile flashback che in parte rievoca la passeggiata nella foresta dell’hitchicockiano Vertigo – e lascia più domande che risposte, manifestazione concreta di un “chiedere di più ai tramonti” che insieme è dono e maledizione. Anticonformista d’indole, a tal punto da tentare la pietà nei confronti della pedofilia, Nymphomaniac è un lavoro di compimento e insieme di rottura, finale e al contempo aperto, che uccide, letteralmente, per sopravvivere.

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