The Machine - CineFatti

The Machine (Caradog W. James, 2013)

La convenzionale distopia a tema A.I. di The Machine.

Il clima da guerra fredda è uno passato temuto ancora oggi, la crisi della Crimea ci ha riportato a vivere in uno stato di paura che credevamo fosse defunto. «Il futuro è sempre meglio» ha detto ieri in un’’intervista a Radio Capital un “fatalista” come Paolo Villaggio, anche nei momenti in cui le cose sembrano essere disastrose. La sensazione è esattamente la medesima affidataci nel finale di The Machine, film di fantascienza gallese di Caradog W. James, vincitore di tre BAFTA e altri importanti riconoscimenti nell’isola britannica.

The Machine non è solo il titolo, è anche il nome della protagonista (Caity Lotz) di una storia ambientata in un domani non troppo lontano, dove la Cina si è scontrata con l’’Occidente resuscitando lo spettro della Guerra Fredda, prendendo a piene mani dalle pagine di 1984. La corsa alle armi ritorna, lo spazio passa in secondo piano e la concentrazione è tutta sulla costruzione di intelligenze artificiali sempre più simili all’’uomo, fino al raggiungimento della creazione d’i una coscienza.

Vincent (Toby Stephens) è uno scienziato al servizio del Ministero della Difesa, si occupa dell’’installazione di impianti in feriti di guerra per renderli artificiali e ubbidienti. Non sempre però è possibile dominare un istinto incontrollabile perché sconosciuto, una tecnologia non tanto inventata quanto scoperta con una ricerca accecata dall’obiettivo.

Il suo incontro con Ava (il viso è sempre della Lotz), una civile un tempo anti-governativa, proporrà una svolta al Ministero: i suoi studi hanno portato alla nascita di “Machine”, androide con l’’abilità di imparare dall’esperienza e provare emozioni umane.

Sappiamo benissimo dove la fantascienza ci ha portato con argomenti simili e The Machine non fa eccezione. Il tema è prevedibile, le scene finali entusiasmanti nel suo svolgersi, e l’azione non ha nulla da invidiare ai blockbuster, però non regalano alcun momento di suspense, né qualche idea particolarmente brillante.

Il rapporto tra Machine e Vincent discende dall’’amore tra Deckard e Rachel in Blade Runner, ma la forza espressiva è minore, l’evidenza e la natura son differenti. In questo sta la piccola innovazione della pellicola di James: l’apprezzamento non è per la creatura in sé, artificiale o naturale che sia, ma per la sua consistente consapevolezza di essere qualcosa che appartiene ad un tempo che verrà, un tempo migliore.

A infastidire è la fotografia, a tratti troppo spirituale, difetto condiviso ampiamente con la regia di James, fatta di luci in contrasto che favoriscono fin troppo le ombre, creando una dicotomia tra bianco e nero troppo evidente. La bellezza dell’’inquadratura si perde nella ripetizione e solo in pochi casi rimane impressa, come il ballo della Macchina nell’enorme hangar dove gli esperimenti più pericolosi sono raccolti.

Un peccato che la calma dominante spezzi istanti emozionali come questi, la visione procede monocorde su di un binario noto, senza però esagerare nel voler esplorare, sia in regia che in sceneggiatura (scritta dallo stesso James) mettendo da parte un’’ambizione che avrebbe potuto o rovinare The Machine definitivamente oppure migliorarlo facendolo uscire dalla mera sufficienza.

Fausto Vernazzani


Voto: 3/5

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