Dark Skies (Scott Stewart, 2013)

Dark Skies: il grigio fa più paura del buio – di Francesca Fichera.

Contaminare il filone dell’haunted house con quello sulle invasioni aliene? Secondo Scott Stewart, scrittore e regista di Dark Skies (Oscure presenze) è possibile. Ma del resto c’aveva provato Shyamalan già prima di lui con il suo (minore) Sings, cui la più recente pellicola ammicca abbastanza.

Lo scenario è il seguente e non ha nulla di insolito: la famiglia Barrett conduce la vita di sempre, cercando di sbarcare il lunario nel miglior modo possibile. Lacy (Keri Russell) e Daniel (Josh Hamilton) hanno due figli, il più grande dei quali, che fa di nome Jesse e ha 12 anni (lo interpreta Dakota Goyo), ci viene subito presentato come un ribelle letteralmente in erba.  Le sue marachelle però sono segrete, e non intaccano quasi per niente la coltre di calma sotto cui sonnecchia il vicinato. A sconquassare il normale ordine degli eventi è invece il piccolo Sam, suo fratello, affetto da ciò che sembra a tutti gli effetti essere una sindrome acuta di sonnambulismo, accompagnata da un’intensissima attività onirica, cui s’aggiungono degli insoliti avvenimenti notturni che destano preoccupazione nella signora Barrett.

È da premettere che chi vuole paura allo stato puro, sobbalzi sul divano e riflussi di adrenalina, può anche star lontano da Dark Skies. A meno che non abbia un brutto rapporto con gli alieni e le storie che parlano di loro. Di queste ultime, il film di Stewart coglie gli aspetti essenziali e ha il merito di saperli mettere insieme, disponendoli lungo un percorso narrativo che non brilla in originalità ma perché è lineare. Sono presenti tutti gli elementi classici, canonici: il climax di eventi strani – fra cui spicca l’hitchicockiana pioggia di volatili;  la calma che precede un’apparizione improvvisa; la luce che dissolve i mostri; l’esperto in materia – un saggio e rassicurante J. K. Simmons – che si mette a disposizione per spiegare ed aiutare. Eppure, nel suo piccolo, Dark Skies sa come personalizzare la tradizione: ad esempio, pronunciando esplicitamente la parola “no” in risposta alla domanda sull’esistenza di una soluzione al male.

Man mano che va avanti, raccontando senza particolari iperboli ma con una cura dell’immagine e del taglio delle inquadrature che ricorda gli horror cristallini di James Wan, Dark Skies unisce i punti affinché emerga il disegno dei suoi segreti. Uno di questi è, volendo fornirne un quadro d’insieme anticipato, la mancanza di speranza insita nell’idea che l’Apocalisse sia già in corso. Da anni. Quel che trionfa, nel film di Stewart, non è il bene ma il male minore. L’orrore sta nella rassegnazione. L’incubo continua perché lo si lascia continuare. Più delle ombre fa paura l’ignavia. Per questo, e per come riesce a metterlo in scena, Dark Skies merita almeno una visione. Ma si astengano, lo ripetiamo, i fanatici dell’horror che fa un po’ ghiacciare un po’ vomitare. Ed anche i genitori sensibili.

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