Jimmy P. (Arnaud Desplechin, 2013)

La delusione di Jimmy P. – di Fausto Vernazzani.

Jimmy Picard (Jimmy P.) non è il suo vero nome, nativo americano della tribù dei Piedi Neri, tornato dalla guerra in Europa nella seconda metà degli anni Quaranta con dei sintomi debilitanti dovuti ad una ferita alla testa e al trauma di un mondo così diverso dagli insegnamenti e le abitudini della cultura da cui proviene. Sulle prime si pensa soffra di schizofrenia, ma il mondo così diverso rappresentato dalla sua mente è origine di un dubbio la cui soluzione è contattare un etnologo che possa avvicinarsi alla comprensione dei suoi disturbi, e questa persona è George Devereux, antropologo francese di origini ebraico – ungheresi.

Uno è il grande e grosso Benicio Del Toro, talentuoso e maschera sempre efficace, l’altro è il piccolo Mathieu Amalric, francese dalla teatralità insita nel sangue, una coppia bizzarra che fa scintille sul grande schermo grazie ad Arnaud Desplechin ed il suo Jimmy P., circa un anno fa in concorso per la Palma d’Oro al Festival di Cannes. Adesso è in sala, ma al di là dell’ottima prova e la grande alchimia creatasi tra i due protagonisti, la storia dell’analisi psicoterapeutica del nativo americano non prende neanche per un minuto, alla noia è affidato l’inizio, lo sviluppo e il finale.

Jimmy P. a suo modo dimostra una grande ambizione, due popoli tormentati in tempi diversi l’uno di fronte all’altro per potersi curare, il primo dal proprio male interiore, il secondo dalla sua fame di curiosità, di trovare un interesse che lo sposti da un vecchio continente che lo ha di colpo rifiutato così come la Storia ha fatto con il popolo di Picard. Ma ben poco si riesce a sentire questo sottile contatto d’odio comune verso un fato con loro poco gentile, l’ammirazione per il sapere di entrambi è un labile contatto con il deludente e pesante film di Desplechin, in corsa su di un filo sottilissimo.

Non aiuta la lunga durata sotto cui non c’è una sostanza salda a sufficienza, da un’immagine all’altra si rimane presi da una coppia di attori apparentemente senza regista alle spalle, seduti e costretti quasi ad “improvvisare” una parte priva di spessore. Eppure Amalric e Del Toro hanno il talento di caricarsi sulle spalle un lavoro a loro non richiesto, risvegliando l’attenzione di tanto in tanto con l’eccessiva gestualità del primo e il caricato accento dei Piedi Neri del secondo. Dettagli che riaprono gli occhi al pubblico, ma neanche per un istante permettono alla stanca e inerte noia di Jimmy P. di farsi da parte per dare una botta di vita ad un’opera che appare morta sin dalla sua nascita.

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