Saving Mr. Banks (John Lee Hancock, 2013)

Saving Mr. Banks: quando Mary Poppins svelò le sue vere intenzioni.

Un Tom Hanks dolce e posticcio ridà vita a Walt Disney; la brava e impettita Emma Thompson un volto alla meno conosciuta Pamela Lyndon Travers: colei che ha inventato Mary Poppins.

Saving Mr. Banks è il film che li rende ambedue funzioni atte a rispondere alla domanda: qual è il dietro le quinte della storia della bambinaia più bizzarra del mondo?

È presto detto, perlomeno qui: all’editore del libro della Travers l’offerta di Mr. Disney sembra l’unica soluzione accettabile. Perciò Pamela, anche se controvoglia, vola a Los Angeles, dove gli strati spigolosi con cui ha ricoperto la sua memoria incappano nella morbida varietà dell’universo disneyano e, per contro, nella fermezza del suo creatore, deciso più che mai a raggiungere l’accordo per realizzare la trasposizione cinematografica di Mary Poppins, di cui dice d’essere «innamorato».

In questo fulgido e coloratissimo esempio di metanarrativa, sia letteraria che cinematografica, John Lee Hancock dimostra di non aver di certo esitato a calcare la mano. Ma, nel contempo, spiega anche le ragioni di ogni sottolineatura, e un passo alla volta. A cominciare dal titolo: Saving Mr Banks è già di per sé una storia, un romanzo.

Ma chi è Mr Banks?

Ce lo raccontano i flashback, ripetuti e prolungati, della mente di Pamela Travers: viaggi nei campi d’oro e smeraldo, privi d’orizzonte, della sua infanzia quasi felice, nella quale un padre debole (interpretato da Colin Farrell) lasciò un segno così profondo da farsi nome e ricordo amaro. E il suddetto personaggio è delineato, scolpito, con estrema attenzione. Com’è giusto che sia, perché il vero protagonista è lui.

Lo è del libro scritto da Pamela, lo è del film (straordinario) che il mondo Disney ne trasse – per la regia di Robert Stevenson; lo è pure del discorso di Saving Mr. Banks, che prova a racchiudere due fonti nella parentesi di un’unica ispirazione.

Il lavoro di Hancock si diverte a ricostruire pompando ciascun dettaglio ai limiti delle sue possibilità. Cita frasi, rimaneggia musiche – non tanto grazie a Thomas Newman, che un po’ risulta invadente, ma attraverso il duo Sherman, mostrato nell’atto di comporre la leggendaria colonna sonora.

Arriva persino a lanciare in pista i sosia di una Julie Andrews e un Dick Van Dyke al massimo della forma, onde riprodurre perfettamente il gala della prima proiezione californiana.

Ed è lì, con la scintilla magica del cinema nel cinema, che avviene la tanto fraintesa catarsi: la liberazione. Perché l’immedesimazione appartiene al passato; è nelle righe ma soprattutto fra di esse. Se così non fosse, il senso della storia – di tutte le storie – sarebbe inafferrabile: di più, sarebbe insalvabile.

E invece no, perché Mr. Banks si salva e lo fa proprio attraverso le pagine, la pellicola, i lettori e gli spettatori. Il narrare viene due volte in suo soccorso: la prima per cambiarne il destino e, ancor di più, la destinazione; la seconda per  librarlo in aria, fra ombrelli e aquiloni e liberarlo nel vento di un tempo immutabile che però può ancora cambiare il cuore.

Raccontare serve anche a questo.

(e Paul Giamatti è delizioso)

Francesca Fichera

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