Bug - CineFatti

Bug – La paranoia è contagiosa (William Friedkin, 2006)

Bug, la follia sottopelle. 

Nella fortunata serie di film compiutamente claustrofobici, Bug – La paranoia è contagiosa non demerita affatto, e per questo basterebbe citarla come dissertazione sul tema del regista de L’esorcista William Friedkin.

Certo di questo film molto chiacchierato (ma che resta un cult per soggetto e ambientazioni) se ne può parlare infinitamente bene o fastidiosamente male, tale è l’estremismo della regia e della trama, che approda senza ritorno nel cuore della follia paranoide, ed è così che Bug, basato su un testo teatrale di Tracy Letts, potrebbe ben dirsi opera di un Cronenberg d’annata.

Preferisco star qui a parlare di insetti con te, piuttosto che non parlare di niente con nessuno.

La storia, convulsa e inesprimibile per l’approdo finale: Agnes (Ashley Judd) dopo aver perso il figlio ed essersi separata dal marito violento e pericoloso vive la sua solitaria sconfitta di donna in un motel nel deserto degli States, con un lavoro da barista e investendo lo stipendio in vodka e cocaina.

Conosce Peter, un ex marine bizzarro e impacciato, che spera possa essere l’uomo giusto con cui rifarsi una vita e a cui offre la propria solitudine. Peccato che Peter sia convinto di essere un esperimento della CIA che ha introdotto degli insetti nel suo corpo dopo la guerra del Golfo.

Se Agnes inizialmente dubita dei racconti di Peter, ben presto entrerà in un ginepraio di cospirazioni internazionali, frequenze radio sottocutanee e assurdi sistemi di difesa, vittima partecipante della sua psicosi attraverso scarnificazioni, amputazioni, omicidi, fino all’allucinato riscatto finale.

Un tour de force visionario e perturbante

Senza mai cadere nella volgarità gratuita, Friedkin mette in scena un tour de force visionario e perturbante, appiccicando la telecamera ai volti sconvolti, la pelle lacerata, i dettagli domestici oggetto del contagio indicato nel titolo italiano, dagli onnipresenti insetticidi alla sporcizia accumulata, fino a un fantascientifico utilizzo della carta stagnola, che trasforma l’illuminazione a neon in metafisica luce lunare (fiore all’occhiello di una fotografia strepitosa).

Straordinaria poi la prova recitativa di Michael Shannon (Revolutionary Road, Onora il padre e la madre), che trasforma un corpo maschile oggetto dei complimenti di Agnes in ibrido abisso, al contempo vittima e carnefice, teatro oppresso dalla mente di Peter.

Bug segue il ritmo della sua follia, con una prima parte dolorosamente esistenzialista in cui due vite fatte a pezzi dalle circostanze provano goffamente a rimettersi in sesto e una seconda parte dedicata al climax schizofrenico con carne insostenibilmente macerata, ma che proprio nell’autodistruzione trova l’unica via di liberazione dal contagio inarrestabile della follia umana.

Luca Buonaguidi

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