Monuments Men (George Clooney, 2013)

di Fausto Vernazzani.

Il cinema statunitense commette un crimine irreparabile: nasconde davanti alla macchina da presa alcuni dei registi più interessanti in circolazione. Chi l’avrebbe mai detto che Ben Affleck sarebbe stato ricordato nella storia per aver vinto un premio Oscar per il Miglior Film (Argo), già autore di due pellicole di alto valore. Chi l’avrebbe mai detto che dietro il volto rugoso di Tommy Lee Jones si nascondeva un capolavoro come Le tre sepolture. Chi l’avrebbe mai detto che George Clooney, avrebbe dato il via ad una carriera di tutto rispetto con successi quali Le idi di Marzo.

Non è tutto oro quel che luccica, eppure con lui abbiamo potuto vedere la messa in scena di storie originali, a volte devote al ricordo di un’era classica da lungo tempo andata, altre ad un modello di commedia brillante in cui a non brillare era forse proprio lui. Ognuno di questi elementi ci fa però entrare nel merito della questione: vale sempre la pena pagare il biglietto per vedere un film diretto (e tante volte anche con) da George Clooney.

E’ il caso della sua quinta regia Monuments Men, adattamento un po’ romanzato del libro omonimo di Robert M. Edsel, dove passo passo si seguiva la vicenda del MFAA: Monuments, Fine Arts, and Archives Program. Furono oltre trecento tra studiosi, professori, curatori e direttori di museo ad entrare sul campo di battaglia come volontari durante il conflitto globale per difendere l’eredità culturale di un’Europa martoriata dall’avidità del Terzo Reich e dei suoi alleati.

Clooney ne restituisce solamente sette, ognuno dei quali col volto di una star del cinema e della televisione di oggi, una sorta di Ocean’s Eleven artistica. Matt Damon è il numero uno del gruppo, dopo lo stesso regista conferitosi i panni del fondatore dei Monuments Man Frank Stokes, a cui seguono rapidamente John Goodman e Bill Murray rispettivamente nei panni di uno scultore e di un architetto, l’uomo dal sempiterno sorriso Jean Dujardin, il piccolo ma incisivo Bob Balaban e infine, migliore tra tutti, una delle stelle di Downton Abbey, Hugh Bonneville.

George Clooney

Se la Storia ci ricorda che tutto ciò avvenne su larga scala, Clooney sceglie la via più intima, selezionando solo alcune delle tante storie dietro cui le centinaia di Monuments Men si affollavano: il salvataggio della Madonna di Bruges di Michelangelo, il recupero del Polittico di Gand e l’ardua opera di convincimento a cui Granger/Damon dovette dedicarsi in una Parigi liberata dove Claire Simon/Cate Blanchett custodiva il segreto di tutti gli spostamenti operati dalle SS sotto ordine del Führer.

La stessa natura episodica di Monuments Men è il difetto numero uno del film. Diviso tra scenette comiche e drammatiche entro cui non si muovevano dei personaggi, ma solo volti noti del cinema incapaci di portare sullo schermo una personalità propria a cui affezionarsi, eccezion fatta per il Donald Jeffries di Bonneville, l’unico a cui gli sceneggiatori Clooney e Grant Heslov hanno voluto dare un background tangibile. Al contrario Clooney e Damon non riescono a calarsi nei panni di Stokes e Granger, lo stesso vale per il resto del cast, ma restano se stessi in un tentativo fallito miseramente di dare uno spessore a questi uomini realmente esistiti, modificandone le (dis)avventure, mettendogli in bocca talvolta delle battute un po’ troppo propagandiste e scialbe per poter creare una qualsivoglia empatia col pubblico.

A questo c’è da aggiungere una regia stranamente immatura, visti i picchi raggiunti con l’ottimo Le idi di Marzo ed anche con il precedente (ma brutto) In amore niente regole. Ci si ritrova così a soffrire di fronte a scelte stilistiche di una banalità disarmante, a tormentarci con la fastidiosa colonna sonora composta da Alexandre Desplat, abbandonati alla delusione totale per un film con ottime premesse ed una grande fotografia (Phedon Papamichael, ora alla ribalta con Nebraska e frequente collaboratore di Clooney) che ben poco ci restituisce se non una piccola finestra grazie a cui ci è concesso guardare alla storia con un altro occhio, per piangere non solo la vita degli uomini, ma anche i loro successi, i loro conseguimenti, la loro Storia.

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