Palookaville

Palookaville (Alan Taylor, 1995)

Nella provincia hopperiana di Palookaville.

La provincia urbana a stelle e strisce è stata lo scenario di miriadi di film con duplici e opposte intenzioni: da un lato, l’esaltazione dell’amara ma teneramente umana anti-epica della lower class americana, dall’altro l’ambientazione, spesso mera, di thriller e drammi che ne eleggono il grigiore medio a funzione estetizzante. Palookaville (che indica in gergo il posto dei perdenti nominato da Marlon Brando in Fronte Del Porto) originale commedia grottesca basata su tre racconti di Italo Calvino (in particolare Furto in pasticceria) ampiamente citato nei titoli iniziali, si distingue per la brillante e minimale vena descrittiva, che non abusa dei sottintesi paradigmi di genere, vibra intenzionalmente della trasandata inconcludenza dei suoi indolenti protagonisti ed è riccamente irrorata di citazioni cinematografiche, che l’hanno resa un cult.

Il film infatti inizia laddove era terminato I soliti ignoti (espediente che poi sarà accennato anche in Criminali Da Strapazzo) con una rapina sgangherata ai danni di una gioielleria da parte di Sid, Russ e Jerry, tre scapestrati amici e compagni di lavoretti, disillusione e pigrizia, che finisce con una abbuffata di dolci quando questi si accorgono di essere invece penetrati dentro una pasticceria. Poi si sviluppa nei territori e nella malinconia di provincia che Smoke (uscito nello stesso anno) ha elevato ad arte e cresce invano e bonariamente imbranata con il colpo della vita mancato di un paio di galassie di furbizia come in Prendi i soldi e scappa, ispirato da Sterminate le gang!, mentre una colonna sonora fumosa e esuberante evoca un ché di Pantera Rosa.

Il resto è contorno funzionale all’intreccio ma degnamente caratterizzato: c’è il poliziotto corrotto, idiota e vendicativo, l’amabile puttana, la madre rincoglionita dalla tv, il pensionato solo e annoiato, la donna nera che si distingue da tutti i bianchi in scena per essere l’unica a voler star lontana da piccoli e grandi guai, ed è attorno a queste figure e nelle piccole e grige palazzine di provincia all’ombra dei grattacieli che si sviluppa un intreccio presumibile (dati i personaggi) ma imprevedibile (data la varietà di influenze e temi).

Mischiando il tocco descrittivo di Edward Hopper con un dito di bourbon di Tom Waits e lo spaesamento comico del Benigni di Daubailò, Alan Taylor (con la produzione a basso costo di Uberto Pasolini) è riuscito a confezionare una storia divertente e risolta in una paradossale e farsesca eterogenesi dei fini, grazie a gag tipiche ma calate fuori dal loro contesto abituale e frullate insieme a fuoco morbido e grigio, godibilissima per il tono familiare con cui ci viene raccontata, che ispira una notevole compassione verso gli outcast primordiali ma non esemplari rappresentati, vicini allo stereotipo funzionale ma lontani dalla macchietta volgare.

Un Vincent Gallo d’annata fa il resto, impersonando il più cinico dei tre amici, ma non abbastanza da impersonare il criminale tutto d’un pezzo che i suoi sogni banditeschi esigono e che si scontrano con la comune e perbene difficoltà nell’arrivare a fine mese. Minimalismo elevato allo stato dell’arte, che si tradisce solo nei rari momenti di esuberanza, finendo così per assomigliare moltissimo ai personaggi rappresentati. Tanta empatia per questi, tanti applausi per questo gioiellino.

Luca Buonaguidi

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