A Lady In Paris (Ilmar Raag, 2012)

di Francesca Fichera.

La storia di Anne Rand (Laine Mägi, un’attrice di cui non si sentirà tanto parlare, o almeno questa è la speranza) inizia nel buio baluginante di una notte innevata. Anne è quasi invisibile e ha un che di disumano a causa degli almeno tre o quattro strati di abiti indossati per proteggersi dal freddo estone. Dietro di lei un uomo grosso come un orso, dopo averla apostrofata più volte, s’accascia al suolo a pochi metri da un auto in transito. Qualche minuto più tardi, quello che a tutti gli effetti ci era stato presentato come un qualsiasi molestatore pieno d’alcool risulterà, invece, essere il marito della donna.

La sola cosa che tiene unita la bionda Anne alla sua terra melanconica e gelida – il cui bagliore viene restituito dalla buona fotografia di Laurent Brunet – sono, dunque, le sue origini: per l’esattezza sua madre. E quando l’ultimo legame veramente in vita finisce con lo sciogliersi, alla giovane Rand non resta che andarsene, accettando una proposta di lavoro giunta dall’estero. Da Parigi.

A Lady in Paris 2

Lì, sullo sfondo di una delle città più affascinanti del pianeta, dove un’altra estone, ma molto più anziana, necessita di presenza e di cure costanti, Anne si spoglia finalmente del suo bozzolo. Ma “per arrivare all’alba non c’è altra via che la notte”, e il buio attraverso il quale Anne deve passare per forgiarsi è proprio la vecchia Frida: Jeanne Moreau, al cui corpo è sfuggita la bellezza ma, per fortuna, non il talento. Il suo personaggio di bisbetica mai domata, unico serio tentativo di costruzione in quel film completamente piatto che è A Lady In Paris, è probabilmente la sola ragione per cui il film stesso andrebbe guardato. Perché intorno non ci sono altro che dialoghi forzati, una regia statica e ripetitiva – mostrare di continuo una donna che passeggia per le strade parigine: a che pro? – e un discorso – blando, in tal forma, ed è un vero peccato – sull’irreversibilità del tempo e la necessità, quando giunge il momento, di farsi da parte.

A metà strada, l’amore: del passato, che non torna, e del futuro, che non si vede. Sul secondo Anne Rand poggia le sue ali di farfalla, in un finale molto più retorico di quello che avrebbe potuto (e forse voluto) essere. Se non altro, il contorno dei tipici locali di Parigi e delle ridenti vetrine delle boulangerie fanno sorridere gli occhi e brontolare lo stomaco. Viene quasi voglia di tornarci, a Parigi, per addentare uno di quei fantastici croissant al burro, sperando in una trasformazione che non avverrà mai. Almeno, non per come ce l’ha mostrata Ilmar Raag.

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