‘Til Madness Do Us Part (Wang Bing, 2013)

Til Madness Do Us Part: la bellezza del cinema di Wang Bing

La Cina non conosce mezze misure: in ogni sua forma al cinema si presenta sempre come un kolossal. Che sia un film storico diretto da Feng Xiaogang o un documentario di Wang Bing, l’idea alla base resta la stessa: raccontare una nazione.

Cambia, ovviamente, l’obiettivo del racconto, il messaggio, e il documentarista del Lianoning, regione a Nord-Est della Repubblica Popolare Cinese, è l’uomo che punta il dito, il testimone scomodo di un grande paese con una popolazione desiderosa di raggiungere il miliardo e mezzo.

Il tempo di Wang Bing

Iniziò la carriera con Tie Xi Qu, un documentario di otto ore. Con Crude Oil toccò le quattordici, mentre con The Ditch decise di instaurare un dominio nella mente dei cinefili – in particolare i festivalieri – piccolo regno della memoria in cui lui avrebbe presieduto la piccola tavola rotonda alla quale siedono i migliori registi in circolazione.

Presentato alla Biennale di Venezia, il suo ultimo sforzo pantagruelico è Feng Ai, tradotto col titolo internazionale ‘Til Madness Do Us Part.

Le difficoltà degli operai e degli abitanti delle regioni remote non soltanto sostengono la veridicità del racconto, così vera da poterla toccare con mano, ma anche una qualità fotografica il cui scopo è contestualizzare alla perfezione i protagonisti della realtà.

Con le sue quattro ore di durata, ‘Til Madness Do Us Part riporta Bing a lunghezze filmiche da tempo abbandonate, mentre fa in modo che rinunci alla qualità dell’immagine, scegliendo di non reagire alla luce a sua disposizione – in uno degli ospedali psichiatrici dove sono rinchiusi i malati di mente.

Nelle stanze dell’anormalità

Un edificio chiuso in se stesso, nella arida e montagnosa regione dello Yunnan a Sud-Ovest della Cina, i cui ospiti sono tutti registrati contro la propria volontà, a volte per desiderio della famiglia, incapace di gestire situazioni anche solo un pelo diverse dalla consueta definizione di normalità; altre volte per comando del giudice, ed altre ancora per semplice ordine pubblico.

In quattro ore Wang Bing riassume i suoi mesi spesi assieme ai pazienti, ne osserva la scarsità di abitudini, la negligenza dello staff medico e, soprattutto, la noia.

A dividerli dal mondo esterno sono le mura in cemento e le sbarre della balconata circolare, dove di giorno gli ospiti si affollano e di notte corrono o espletano i propri bisogni.

Il talento di Mr. Bing

L’atmosfera cupa, triste, desolata e sporca, è il luogo in cui si immerge la fotografia di Bing, facendo propria e perfino toccando l’aria con gli obiettivi della sua macchina da presa, che ne restano macchiati.

Ma la realtà, il ritratto dipinto con estrema cura dal regista, non cambia di molto per chi riesce a liberarsi da quella prigionia, dove nonostante le condizioni avverse si vive in pace. Del resto sarebbe possibile farsi guerra sul nulla più completo?

‘Til Madness Do Us Part presenta agli spettatori una situazione ferma e dà dimostrazione di un talento registico che non sfrutta cose e persone per sfiorare la bellezza cinematografica, anzi, la crea e la dona a loro unendo l’utile al dilettevole, portando il pubblico a conoscenza di eventi e mondi troppo lontani per essere noti e allo stesso tempo permettendo loro di apprezzare il modo, il come, vera chimera della sala cinematografica.

Sempre che mai un film simile possa vedere un grande schermo fuori dai festival, resta ciò che è la sua forza e cioè la memoria dei più fortunati (o sfortunati, per chi fosse in disaccordo) a cui è stata data l’opportunità di ammirare la bellezza del cinema di Wang Bing.

Fausto Vernazzani

Voto: 4/5

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