Re della terra selvaggia (Benh Zeitlin, 2012)

Chi vince la paura diventa re della terra selvaggia.

Un buon metro per definire un’opera d’arte potrebbe essere testarne la capacità di generare trasformazione: in pensieriparole opere.

Beasts of the Southern Wild (in italiano Re della terra selvaggia) di Benh Zeitlin di artistico non possiede tanto, fatta eccezione per l’estetica a tratti astuta che può imbonire gli animi più ingenui. Di sicuro quel che ha lo conserva di diritto, perché fa ciò che deve, e cioè: provoca trasformazione.

La trama

La storia, ambientata in una dimensione di passaggio – fra mondo reale ed immaginazione – ben tradotta in termini di profilmico, sviluppa in maniera personale e vivida il classico luogo letterario del rapporto padre/figlia. La piccola e crespa Hushpuppy (sopravvalutatissima Quvenzhané Wallis che non doppia il caso dell’altra infante da Oscar Anna Paquin ma, anzi, dimostra quanto certi premi siano figli del mercato) vive assieme al padre Wink (Dwight Henry) in una zona paludosa della Lousiana chiamata BathTub (in italiano Grande Vasca) poiché bacino intorno a cui ruotano pericolosi fenomeni atmosferici.

La tempesta più grande, che secondo un principio di traduzione non esattamente sottile è sinonimo di sconvolgimento e rivoluzione dell’esistenza, coincide con l’aggravarsi della malattia da cui è affetto Wink e con la sua decisione a rendere “uomo” la sua irriverente figliola.

Tutto scorre

In quest’ultima si fa strada la consapevolezza: le beasts of the Southern Wild del titolo, imponenti, nere e recalcitranti versioni dei più canonici “mostri sotto il letto“. Una delle immagini più note del film le ritrae intente a guardare negli occhi Hushpuppy, la stessa bambina che inconsapevolmente le ha evocate.

Ma è solo una delle ultime pagine di un libro dalla malinconia sporca (vedi la fotografia di Ben Richardson) e dalla forza musicale (senti la colonna sonora, travolgente e meravigliosa, composta a quattro mani dal regista Zeitlin insieme con Dan Romer) che val la pena di essere guardato almeno per una ragione, a prescindere da quelle già dette: perché fa suo il discorso sul cambiamento, sul panta rei eracliteo che tutto contagia (dall’uomo alla foglia di un albero) senza mai perdere l’equilibrio.

Che è l’unico modo per rispettare le leggi di quel naturale scorrere. E per renderle vere, facendo scorrere qualcosa (di simile all’emozione) nelle vene di chi guarda e qualcos’altro (di simile a una lacrima) dagli occhi che hanno saputo guardare.

Francesca Fichera

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