Il Grande Gatsby (Baz Luhrmann, 2013)

di Francesca Fichera.

Ci risiamo: Il Grande Gatsby torna al cinema. E Baz Luhrmann ha girato il remake di Moulin Rouge!.

No, un momento. Qualcosa non quadra. Anzi, sono proprio le inquadrature che non vanno. Certo, che il regista australiano si diverta a fare ping pong con la macchina da presa, puntando spasmodicamente l’occhio sui volti umani in primi piani bizzarri e ‘rallentati’, è cosa nota. E che il suo sia il cinema del kitsch, dell’iperrealismo e dell’ipercolore per antonomasia, lo stesso. Ma con questa versione de Il Grande Gatsby, la quarta per il grande schermo e quella immediatamente successiva al cult con Robert Redford e Mia Farrow, l’esagerazione ha teso troppo la corda. E l’ha spezzata. O, forse, renderebbe meglio l’idea l’immagine di un risotto troppo pieno di spezie e condimenti che finisce col non sapere esattamente di nulla. Ecco, questo è proprio il Grande Gatsby di Baz Luhrmann.

Dove a poco valgono la presenza scenica di Leonardo DiCaprio – comunque non al massimo della forma – e di Carey Mulligan – classica dimostrazione pratica della formula “bella e intensa” – e la colonna sonora da urlo – una costante dei film di Luhrmann, ma probabilmente mai calzante e incalzante come in questo caso, grazie soprattutto alla funzionalità “massonica” del brano di Lana Del Rey. E il fatto che quest’ultimo accompagni in maniera perfetta una sequenza oggettivamente buona qual è quella nell’immenso guardaroba di Gatsby, entusiasmante pioggia di sciarpe di seta e di sorrisi e di lacrime amare, non basta. E non basta neppure il senso della storia, soprattutto quello, rimestato dalla sceneggiatura ma pur sempre forte della sua origine – il libro di culto di Francis Scott Fitzgerald.

 Una tragedia del mondo contemporaneo, un anti-eroe della post-modernità, resi attraverso l’espediente del racconto nel racconto, dove Nick Carraway (nel film Tobey Maguire) riveste lo stesso ruolo che in Moulin Rouge! fu di Ewan McGregor. Però, naturalmente, in modo molto più fastidioso – proprio perché è Tobey Maguire. E poi a ciò che non basta s’aggiunge ciò che è troppo: l’insopportabile cammeo di Isla Fisher (ahimè in qualche modo convinta di saper e dover recitare); l’artificiosità totale e sfacciata delle scene d’insieme, tale da far assomigliare il palazzo delle feste di Gatsby al castello del logo di Disneyland, e i party al relativo spot; l’uso completamente folle della mdp, l’inutile prolissità di alcuni raccordi narrativi, e così via.

Vero è che la storia passa. Che la vicenda de Il Grande Gatsby un po’ si ricorda, un po’ rimane impressa. Ma quando il contenuto è schiacciato da una forma così enfatizzata – fra l’altro in maniera pretestuosa, perché Luhrmann ha affermato di essersi attenuto allo spirito del libro per realizzare tale resa – , ne emerge che è tutta una questione di capriccio, di autocompiacimento stilistico, di narcisismo di mestiere. E dove c’è questo, l’arte si mescola alla paccottiglia e si perde. Come il sapore di un risotto troppo speziato.

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3 pensieri su “Il Grande Gatsby (Baz Luhrmann, 2013)

    1. A me invece Moulin Rouge! piacque un sacco – certo, ero un po’ influenzata dal gusto comune e un po’ condizionata dal mio adolescere in pompa magna, ma a distanza di tempo e con l’appannaggio del famoso ‘senno di poi’ non l’ho disdegnato. Mentre questo, davvero, ne sembra la bruttissima copia. Carey è probabilmente una degli aspetti più belli nonché salvabili: risplende e rimane impressa – più che in Drive e nel sopravvalutato Shame – ed è di una bellezza che (capirai meglio perché guardando il film) trasuda crudeltà.

      – Fran

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      1. shame devo vederlo,è in lista,perchè poi vorrei scrivere un post sulla difficoltà di fare film sul sesso ,prendendo in considerazione diverse pellicole.
        Moulin e il film di questo regista mi risultano indigesti perchè forse troppo carichi,pop..mah! In ogni caso vediamoci anche questo film !

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