The Last Man On Earth (Ubaldo Ragona, 1964)

di Francesca Fichera.

In un anfratto di Fuorigrotta (Napoli), nei pressi dell’oramai inattivo parco-squallor-giochi Edenlandia, Robert Morgan (Vincent Price) è rimasto vittima dell’abusivismo edilizio della zona e deve fare i conti con un gruppo di vampiri-zombie che vorrebbero buttarlo fuori di casa. Periodicamente, ne acchiappa uno o due quelli andati in botta per la roba tagliata male e, preso da un improvviso estro cyber-punk, li lancia fra le fiamme della discarica di Chiaiano dopo averceli portati con l’auto tarocca dei Ghostbusters. Nel tempo restante delle sue giornate, cerca di comunicare via radio con Gennaro D’Auria, prepara palate di soffritto, maledice le tende dell’Ikea, compra specchi dall’Ikea e si dedica al traforo. E intanto i vampiri-zombie gli chiedono continuamente di uscire – ma solo nelle ore notturne, per ovvie ragioni –  e distruggono gli specchi dell’Ikea appena comprati, e lui non se ne frega proprio, tanto è pieno d’aglio (per il soffritto) e all’Ikea non c’è fila. Poi però un giorno cade in una piscina – che in realtà è un flashback – e si ricorda i bei tempi andati, quando sua moglie usava la lacca al cemento ed era felice, e la loro figlia era un mostro ed era felice pure lei, e uno di quelli che adesso lo vuole sfrattare era una persona sana, anche se assomigliava un po’ troppo ai bamboli della Mattel. A quei tempi (belli e andati) si facevano feste in giardino, la discarica non c’era, e si perdevano giornate intere a girare filmini famigliari completamente inutili. Però un mattino non proprio bello era arrivata la notizia di una piaga proveniente dall’Europa, una cosa letteralmente portata dal vento, capace di modificare il codice genetico delle persone. Robert Morgan – che, giusto per precisare, non è solo un abitante di Soccavo ma anche e soprattutto The Last Man On Earth, L’ultimo uomo sulla Terra – è il classico individuo di scienza che ha il raziocinio della sua parte e, per questo motivo, finisce col prenderlo sempre in brutti posti. Così il suo ostinato scetticismo gli viene ripagato con la solitudine più nera, per giunta nella corroborante cornice dei palazzoni intorno allo stadio, che però ha chiuso pure ai tesserati, e quindi meglio andare in chiesa a Capodimonte ad appicciare i ceri per la moglie, che nel frattempo, nonostante la lacca cementificata, non ha retto allo shock di una figlia ammalata (per via della famosa piaga) e ridottasi a fare gestacci.

Questo è The Last Man On Earth per come l’abbiamo visto e interpretato noi di CineFatti, volendo un po’ sdrammatizzare la lunga e tortuosa esperienza di visione del film di Ubaldo Ragona, cult degli anni Sessanta e della generazione dei b-movie, nonché padre delle trasposizioni contemporanee del capolavoro fantascientifico di Richard Matheson. Un film che la dimensione dichiaratamente pop e le atmosfere desolate restituite dall’impianto narrativo di partenza, oltre che dall’esemplare fotografia di Franco Delli Colli, non sono sufficienti a salvare, soprattutto se osservate nell’ottica di un’attenta contestualizzazione – altri film dello stesso tipo e dello stesso periodo, meno grossolani o perlomeno tenuti insieme da un fil minimo d’eleganza. Mentre qui di elegante c’è solo il viso (talento naturale) di Vincent, e forse anche il panciotto (chi lo sa se preso in saldo da H & M), e la sua risata, e il resto è troppo messo a caso, troppo approssimato. Come se non soltanto fossero mancati i mezzi, ma anche il desiderio di usarli.

The Last Man on Earth

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