Rush (Ron Howard, 2013)

Ron Howard torna in gran forma tra le piste di Formula 1 di Rush.

Successe nel 1976. Non è un evento storico importante, non ha cambiato il mondo né lo ha scalfito, ma è stato decisivo per la storia della Formula 1: è l’’incidente di Niki Lauda, pilota Ferrari, al circuito di Nürburgring, Germania, ma anche la rivalità con l’’inglese James Hunt, spericolata “superstar” della McLaren, entrambi protagonisti di Rush.

Peter Morgan, esperto di biopic

Per chi non è appassionato di sport o di Formula 1 nello specifico Hunt e Lauda sono due persone appartenute a un mondo estraneo. Questa la sfida di chi, ancora una volta, si è trovato a raccontare la vita di uomini veri, Peter Morgan, sceneggiatore di successi conclamati come Frost/Nixon, The Queen e Il maledetto United per citarne alcuni.

Brian Clough e Peter Taylor furono le prime figure sportive da lui descritte, allenatori del Leeds United, sotto la regia di Tom Hooper, ora Lauda e Hunt corrono sulle piste di Ron Howard, alla seconda regia d’i un film scritto da Morgan (Frost/Nixon il primo).

Entrambi avvezzi al biopic, chi in maniera abile, chi in maniera popolare e romantica, si sono uniti per dare umanità e forza a due personaggi relegati a un immaginario sportivo, senza essere mai usciti dal loro ambito per più tempo di quanto fu ritenuto necessario dai media.

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Ron Howard, esperto di romanticismo

In Rush c’’è tutto: conflitto, rivalità, storie d’amore andate in fumo e soprattutto il superamento di un ostacolo affiancato da tanta azione e corse mozzafiato.

Howard spezza la tipica freddezza di Morgan, quello spirito razionale che persino in Hereafter aveva dato ai personaggi un alone di verità tale da renderli tangibili, e trasforma Hunt e Lauda in creature leggendarie, più grandi di chiunque altro, dipinti dal grande Anthony Dod Mantle in una cornice quasi indegna al loro status.

Fidanzate, avventure di una notte e matrimoni cadono in secondo piano rispetto ai momenti da “nemiciamici” tra i due, insulti vari e delineamento delle estreme differenze di carattere. Lauda metodico e devoto alla meccanica, Hunt sprezzante del pericolo e sconsiderato. Due opposti ognuno con la stoffa del vincitore, da Campioni del Mondo.

No al sensazionalismo

Il pepe delle corse, le ottime musiche di Hans Zimmer e una buona interpretazione dei due protagonisti, Chris Hemsworth (Hunt) e Daniel Brühl (Lauda), fanno di Rush il giusto rapporto tra adrenalina e sentimento, senza per fortuna scadere eccessivamente nel drammatico al momento dell’’incidente, quando Lauda rimase intrappolato nella sua auto in fiamme per più di un minuto, trovandosi coperto di ustioni e sfregiato in viso.

Un punto di svolta neanche tanto incredibile per il suo rapporto con Hunt, sfociato nel rispetto, ma non in maniera troppo evidente. Un punto a favore sia all’incredibile Morgan che al buon Howard, ora assolto dai suoi innumerevoli peccati di Cinderella Man e A Beautiful Mind, per non parlare degli orrori tratti dai romanzi di Dan Brown… che purtroppo andranno avanti col futuro Inferno. In tutti i sensi.

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L’Italia e gli italiani

In definitiva Rush è un film da ascoltare – anche e soprattutto dopo il film, con l’’eccellente colonna sonora di Zimmer e dal doppiaggio migliore di quanto preannunciato dai trailer, in cui un italiano tentava invano di riprodurre un accento austriaco che per grazia divina è stato omesso nel film, dove però la solita superficialità nel interpretare gli italiani non viene a mancare neanche questa volta.

Per appassionati e non di Formula 1, Rush è una dichiarazione di guerra agli Academy Awards, per cui Howard è quasi certo che correrà insieme agli agguerriti colleghi Lee Daniels (The Butler, ancora inedito in Italia) e Steve McQueen (12 anni schiavo, reduce dalla sua premiere di successo a Toronto). Ora non resta che aspettare e appena possibile riguardarselo in lingua originale.

Fausto Vernazzani

Voto: 4/5

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