A Field in England (Ben Wheatley, 2013)

 di Fausto Vernazzani

“Take a trip… into the past” recita la tagline di A Field in England, e fino a quando il film non è terminato non avevo ancora ben capito cosa volevano dire con quelle sei parole. Nel Seicento di Ben Wheatley sembra di esser tornati agli anni Sessanta del cinema inglese, quello di Richard Lester e dei film “allucinogeni”, quelle visioni agli acidi e prive di una logica narrativa figlia dello sfruttamento visivo degli effetti delle droghe. Siamo con Whitehead, un alchimista codardo sfuggito dal suo superiore Trower durante una battaglia della Guerra Civile Inglese, in fuga in un campo aperto con Cutler, di cui diventa ostaggio insieme a Friend e Jacob. Soggiogati da dei funghi allucinogeni, sono spinti a salvare O’Neill, un’irlandese o anche il diavolo, uomo alla ricerca di un tesoro sepolto tra quei fili d’erba.

In un’ora e mezza Ben Wheatley ci dà una pacca sulla spalla e invita a ripescare il ricordo di Kill List, quel suo capolavoro a metà tra l’horror e il weird, cugino di primo grado per A Field in England rispetto al predecessore Sightseers. Esperimento riuscito per l’inglese, il cui sogno di girare in una singola location un film intero si è avverato, spendendo 12 giorni in un campo nel mezzo del nulla, togliendo il colore e sfruttando al massimo il potere allucinogeno del montaggio. La storia segue infatti non le vicende con l’occhio sobrio della macchina da presa, ma piano piano si adegua allo stato mentale di Whitehead, il bravissimo Reece Shearsmith, e dei suoi compagni Friend e Jacob, fino ad abbandonarsi completamente alla ribellione famelica dell’apprendista alchimista.

A Field in England

E verso la fine le immagini si fondono in una, Whitehead cerca di fuggire ad entrambi gli estremi dell’inquadratura ma viene risucchiato al centro, il suono litiga con le percezioni dell’occhio e parla solo e direttamente al cervello, fuoriesce dal vuoto mentre O’Neill assume gli atteggiamenti e le fattezze demoniache del Padrone, un Michael Smiley di cui ci si chiede la natura dell’esistenza: è l’incubo di un gruppo di allucinati o è la realtà crudele che rincorre Whitehead, Jacob e Friend? A Field in England è un film che poteva anche essere ambientato al giorno d’oggi se Wheatley e la sua sceneggiatrice e moglie Amy Jump avessero voluto, ma i bisogni ed i dolori di un uomo di quattrocento anni fa rendono incredibile l’avventura statica di questi poveri uomini (sono davvero prigionieri di Cutler?).

Malattie veneree e scatologia sfilano con la solitudine e la ribellione dell’uomo comune (Friend), il valore e la lealtà non trovano la giustizia in questo campo inglese (Jacob) e la codardia svanisce solo di fronte a qualcosa che muta per intero una persona (Whitehead). Pur durando una sola ora e mezza, A Field in England abitua lo spettatore a riconoscere ogni centimetro del volto dei protagonisti, a confutare l’esistenza del Sole e della battaglia stessa, da cui in fin dei conti questo gruppo di disertori non si è allontanato troppo.

Ben Wheatley al suo quarto lungometraggio comunica a tutti l’importanza del suo essere un autore, ancora non riconosciuto a livello neanche europeo, ma solo britannico stando alla fiducia che il BFI, con il suo fondo per la distribuzione, gli ha accordato, facendo di lui il protagonista di un esperimento distributivo unico nella storia.

2 pensieri su “A Field in England (Ben Wheatley, 2013)

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