Biennale di Venezia: 10 Film da non perdere

di Fausto Vernazzani

Oggi stesso abbiamo scritto dei dieci film da non perdere al Toronto International Film Festival tra le prime mondiali annunciate, nello stesso giorno in cui si è tenuta la conferenza stampa che ha annunciato tutti i film in programma alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. E’ giusto dunque mettere le due cose a confronto, due eventi che da ormai tantissimi anni si contendono il titolo di miglior festival di fine estate, titolo che negli ultimi tempi sembra esser lentamente scivolato nelle mani del meno glamour clima canadese di Toronto. Entrambi hanno i loro pregi e difetti, ma trovarsi a dover fare una selezione da un festival e dall’altro la prima nota da fare appare immediata: la comprensione non sembra essere nel vocabolario della Biennale.

Un sito internet che spiega, schede tecniche aggiornate, immagini e trailer se disponibili, obbligatoria una brevissima sinossi per Toronto; cast principale, regista, anno e paese di produzione son sufficienti per Venezia, dove l’unica vera notizia importante sembra essere solo la presenza del film al festival. Un peccato di presunzione per un festival privo di mercato annesso, dove le acquisizioni da parte delle case di distribuzioni sembrano essere calate negli ultimi anni, dando così come risultato la perdita di titoli importanti (12 Years a Slave) a favore del concorrente. Non per questo la Biennale sembra essere scaduta del tutto di qualità, l’annuncio del programma non può non essere seguito da una serie di dubbi a causa di un concorso meno “importante” di quanto ci si attende di anno in anno. Ma ecco dunque quei titoli, presi da ogni sezione, che andranno seguiti prima, durante e dopo il festival – di cui molti film saranno poi proiettati anche a Toronto.

Rigor Mortis (Giornate degli Autori) per tematica potrebbe essere l’Only Lovers Left Alive di Jim Jarmush presentato a Cannes. Debutto alla regia della pop star e poi attore Juno Mak, grande interprete per ben due film di uno dei registi più promettendi di Hong Kong (Wong Chin-po), Rigor Mortis è un thriller sovrannaturale che prende ispirazione dai film horror degli anni Ottanta a tema vampiri, dove tra voli, arti marziali e scenette comiche si spargeva un divertimento per tutti, al contrario delle intenzioni di Mak. Sin dall’uscita del trailer era chiaro che l’attore non avesse alcuna intenzione di mostrarsi nel suo lato più popolare, bensì stupire con delle atmosfere oscure ed una regia che ricorda molto l’opera per cui lui è più famoso, ovvero il bellissimo Revenge: A Love Story.

L’arte della felicità (Settimana Internazionale della Critica, Film d’Apertura) è la speranza del cinema d’animazione italiano. Diretto da Alessandro Rak, autore del meraviglioso videoclip di ‘O sciore e ‘o viento dei Foja, una persona che non ha nulla a che fare con l’ormai scaduto Enzo D’Alò, unico nostro rappresentante importante attuale della tenica, L’arte della felicità vira su strade completamente diverse dal film per ragazzini, ma si imbeve in un’atmosfera malinconica travolgente. Storia di Sergio, un tassista al lavoro in una Napoli degradata che scopre di essersi chiuso in un microcosmo dove tutto ciò che amava è ormai lontano dalla sua vita monotona di quarantenne. La colonna sonora, in cui rientrano i Foja e tanti altri artisti napoletani, promette tanto bene quanto il film, l’italiano da tener d’occhio assolutamente a questa Biennale. Uscita nelle sale prevista per fine 2013.


The Unforgiven (Fuori Concorso) è un remake, come si può evincere dal titolo, del celebre western crepuscolare e capolavoro di Clint Eastwood, ma una volta tanto è avvenuto l’inverso di ciò a cui siamo abituati: è il Giappone a prendere un’idea statunitense per riproporla in formato Samurai. L’esatto contrario di ciò che accadde con un numero infinito di opere anche celebri, come I magnifici sette o Per un pugno di dollari (rispettivamente I sette samurai e La sfida del samurai). Alla regia Lee Sang-il, il coreo-giapponese autore del bellissimo Villain e del pluri-premiato Hula Girls, mentre protagonista – una volta tanto – è l’attore nipponico più conosciuto, Ken Watanabe. La storia la conosciamo tutti (e chi non la conosce ha l’obbligo morale di recuperarla), ma la curiosità nasce dall’ottimo regista, la cui nuova prova, dopo gli applausi per Villain, era da tempo attesa.

The Canyons (Fuori Concorso) era stato annunciato già da tempo, la nuova regia di Paul Schrader, Presidente della Giuria nella sezione Orizzonti. L’attrice protagonista non lascia presumere niente di buono, una Lindsay Lohan del mestiere anche all’interno del film, dove la sua parte sarà la parte di una ragazza personaggio principale di un film horror girato dal suo compagno (James Deen, pornostar nella vita reale). Una storia scritta anche Bret Eston Ellis, autore che non ha peli sulla lingua, il cui stile quasi surreale, che tutti conosciamo grazie al suo American Psycho, unito alla grande capacità di sviscerare la psicologia umana di Schrader è uno dei motivi per cui The Canyons non può essere perduto. In più, sembra che un certo Gus Van Sant abbia avuto parte al film, a giudicare da questo breve trailer.

Walesa. Man of Hope (Fuori Concorso) è il biografico che non può mai mancare in un festival. Andrzej Wajda alla veneranda età di 86 anni continua il suo rapporto realista e sincero con la storia scegliendo di portare sul grande schermo la storia del Premio Nobel per la Pace e due volte Presidente della Polonia Lech Wa??sa, interpretato da Robert Wi?ckiewic, al suo secondo ruolo internazionale dopo In Darkness per Agnieszka Holland. Walesa promette di essere uno dei grandi successi festivalieri di questa prossima stagione, né è da escludere una possibile distribuzione nelle sale, sarebbe un regalo che farebbe molti italiani – più di quanti i distributori possano pensare – davvero contenti.

Tom à la Ferme (Concorso) è la dimostrazione che prima o poi le storie originali devono cedere il passo a testi già scritti, un destino toccato anche al giovanissimo regista canadese Xavier Dolan, alla sua prima premiere al di fuori del Festival di Cannes ora ch’è giunto al quarto film da regista a soli 24 anni. Michel Marc Bouchard è l’autore del testo teatrale di Tom à la ferme, un thriller psicologico con protagonista Eric Bruneau, il cui personaggio ha appena subito la morte del suo compagno – Xavier Dolan stesso – e si trova ora ad affrontare delle pericolose dinamiche con la famiglia del deceduto, all’ignaro dell’orientamento sessuale del loro figlio. Dolan è uno dei veri enfant prodige del cinema contemporaneo, perderlo di vista sarebbe solo un male verso noi stessi.

Tom at the Farm alla Biennale
Foto del poster

The Zero Theorem (Concorso) non avrebbe alcun senso presentarlo, Terry Gilliam è uno dei registi visionary per eccellenza, la sua fantasia, la sua verve ed il suo talento sono un patrimonio mondiale da carezzare giorno dopo giorno, da proteggere in quanto specie in estinzione. La sua sfortuna è nota a tutti, se prima L’immaginario di Dottor Parnassus subì svariati problemi a causa della morte di Heath Ledger, questa volta è toccato al leggendario produttore Richard Zanuck, la cui morte fermò, tra le altre cose, la produzione del primo film di fantascienza di Gilliam dal 1995, anno dell’uscita del capolavoro L’esercito delle 12 scimmie. Il “Teorema Zero” è la formula da risolvere affidata a Qohen Leth (Christoph Waltz), un genio dei computer abitante di un mondo orwelliano di cui non si sente parte. I toni li conosciamo, Gilliam è dissacrante, una versione weird del teatro dell’assurdo di Beckett, ed ogni suo film è imperdibile.

Gilliam alla Biennale

Why Don’t You Play In Hell? (Orizzonti) fu scritto da Sion Sono all’età di 15 anni per essere un film d’azione, e la sola idea di sapere cosa possa aver mai avuto per la testa una persona come Sono in così giovane età, tenendo anche conto della sua vita particolare di cui parla con una strana nonchalance, è di per sé motivo di curiosità. Il teaser che fu rilasciato mesi fa non lasciò alcun dubbio sulle quantità spropositate di sangue che sarebbero state versate per girare questo film a scatole cinesi: due gangster in lotta tra di loro sono legati dall’amore di uno per la figlia attrice dell’altro, presto pronta a soddisfare il sogno dei suoi genitori, ovvero recitare in un film, ma la produzione di quest’ultimo scatenerà solo altri guai ed altri intrecci infelici. Sion Sono è il regista controverso per eccellenza, ha alle sue spalle capolavori come Love Exposure, Cold Fish e Suicide Club, ed un maestro della violenza come lui va tenuto stretto.

Night Moves (Concorso) è il risultato di un buon western, Meek’s Cutoff, film precedente della regista Kelly Reichardt che si aggiudica per la Biennale la presenza più importante dell’attore Jesse Eisenberg, ormai una sorta di mascotte di ogni festival che si rispetti. Lui e Dakota Fanning faranno parte di un team di eco-terroristi pronti a mettere in atto il loro attentato più grande: far crollare una diga. Le premesse sono buone per un film americano “indipendente” di valore, specie con una regista con grande esperienza come la Reichardt, uno dei tanti nomi femminili che sembra stia per invadere il cinema internazionale (in particolare occidentale) con grinta e ferocia. Sempre che la causa con gli editori del defunto Edward Abbey non abbia esiti negativi, vista l’accusa di plagio nei confronti dello scrittore americano ed autore di The Monkey Wrench Gang, le cui premesse sono identiche a Night Moves.

Til Madness Do Us Part & Stray Dogs (Fuori Concorso, Concorso) sono il “decimo” film, un duetto perché c’è così poco che si può dire su entrambi che è difficile decider quale dei due sia più interessante dell’altro. Come si può scegliere tra Wang Bing e Tsai Ming-liang? La bilancia pende a favore di Ming-liang, è sicuro, ma anche il collega cinese non è da meno ed ecco perché entrambi i film non andrebbero persi. Stili diversi tra loro, entrambi indimenticabili tanto quanto introvabili finché qualcuno in paesi lontani dall’Italia non decide di distribuire, conferendo a noi possibilità che altrimenti non avremmo. Un invito a chi potrà a non lasciarsi scappare due mastodonti del cinema mondiale, un invito anche ai distributori a farci un magnifico regalo, come ad esempio pubblicare i DVD di Three Sisters, in concorso l’anno scorso alla Biennale, e Walker, mediometraggio di cui ancora si sente parlare.

Non si può dire che alla Biennale non ci saranno film interessanti da vedere, sarebbe una menzogna bella e buona, ma certi titoli fanno ben capire che il Concorso è stato difficile da riempire in maniera adeguata. Il film di Hayao Miyazaki e la sua presenza in concorso sono l’elemento più stupefacente, non trattandosi di una prima mondiale, ma solo internazionale, poiché The Wind Rises è uscito il 25 Luglio in Giappone ed il grosso rischio è che la pirateria possa appropriarsi del film prima ancora che la Biennale si avvicini. La presenza di tre italiani come Gianni Amelio, uno dei pochi nomi internazionali di cui siamo in possesso (tant’è che sarà anche a Toronto, dove vinse con Il primo uomo), Emma Dante, regista teatrale al suo esordio, ed il documentarista Gianfranco Rosi, che insieme ad Errol Morris porterà un genere da sempre bistrattato sotto i riflettori del Lido. Ah, e occhio a Frederick Wiseman e al tedesco Edgar Reitz, entrambi con un’opera di quattro ore, solo per chi ha coraggio da vendere.

2 pensieri su “Biennale di Venezia: 10 Film da non perdere

    1. Walesa come tutti i biopic non riuscirà a prendere l’anima della persona vera o dei fatti. Ma Wajda in genere fa bei film e può essere interessante vedere finalmente il punto di vista di una regione che fino ad ora non è che sia mai stata davvero descritta nella sua storia! Schrader anche a me mi lascia perplesso, storia, attrici e attori sembrano essere tutti punti a sfavore, però è un grande e questo è motivo per attendere e vedere ‘sto The Canyons!

      Fausto

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