Ragazze a Beverly Hills (Amy Heckerling, 1995)

di Fausto Vernazzani

Sul perché è inutile far domande, ognuno ha i propri segreti a cui legarsi e tenersi stretto, scheletri nell’armadio da lasciare ad impolverare per evitare che il mondo sappia. Per questa ragione non dirò il motivo per cui da queste parti ci si trova a parlare di Ragazze a Beverly Hills (Clueless), film col talento di sapersi auto-eliminare dalla memoria, un talento come una lama a doppio taglio: dimenticare può portare a rivedere con la convinzione di non sapere.

Amy Heckerling, regista che trasuda anni Ottanta da tutti i pori, nella prima metà degli anni Novanta decise di portare la sua conoscenza dello stile e della moda d’un decennio simbolo per mostrare gli orrori visuali e comportamentali di quel decennio che in molti ancora cercano di dimenticare per quanto sconclusionati. Una generazione senza identità, confusa e grunge qui al top del lusso, un predecessore del più celebre (e stranamente migliore) Mean Girls, protagonista con la bella reginetta Cher (Alicia Silverstone).

Bionda, alta, snella e civettuola come la sua amica Dionne (Stacey Dash), Cher sbuca fuori dalle pagine di Jane Austen, adattamento del personaggio del romanzo della scrittrice inglese Emma, ovviamente in versione contemporanea e collegiale, in cui una ragazza tutto corpo e niente cervello scopre l’amore, la verginità e l’importanza di farsi i fatti propri con l’aiuto indiretto di Tai (Brittany Murphy), una ragazzina ancora innocente (appunto, Clueless come anche la protagonista), e del suo fartellastro (?) Josh, un giovanissimo Paul Rudd.

Ragazze a Beverly Hills

Inutile dire che la trama si avvolge su se stessa, costringendo lo spettatore  a pedinare la vita patetica di Cher, una delle tante Ragazze di Beverly Hills con i soldi che escono dal rossetto e dalle tasche delle inguardabili giacche: l’intero film è costellato dalla fastidiosa voce dei pensieri di Cher, una voce narrante già fastidiosa nel suo consueto utilizzo, qui sfruttato all’esasperazione a sfavore della regia della Heckerling, evidente segno di una totale mancanza di conoscenza del mezzo, lanciato al fine di creare un cult generazionale per un decennio decifrato in modi migliori da registi ben diversi.

Il tentativo di replicare i successi degli eghties di John Hughes, di spegnere altre sedici candeline mentre altri son costretti a rimanere a scuola fino a casa, fallisce senza alcun motivo possibile per poter trovare la redenzione. Del resto, se gli anni Ottanta potevano vantare uno stile visivo ben definito, un momento d’oro per la musica, gli anni Novanta non possono dire lo stesso avendo rifiutato tutto ciò che veniva prima accogliendolo alla rinfusa. Tuttavia per motivi oscuri all’intelligenza umana – forse in futuro ci saranno mezzi scientifici migliori per comprendere questo fenomeno – il povero Ragazze a Beverly Hills continua a sopravvivere, non certo per l’interpretazione della giovane, carina e scomparsa Brittany Murphy, il cui ruolo ed aspetto qui è ancor così grezzo da non giustificare il culto dell’attrice.

Sarà perché la verginità è vista come il male per delle ragazzine di soli 17 anni –fin troppo grandi per i giorni d’oggi forse -, o perché il tema sottinteso d’un incesto non troppo evidenziato nei suoi fattori anche psicologici e non solo fisici, ma qualcosa affascina quegli uomini e quelle donne che un po’ per caso ed un po’ per masochismo decidono di dare aria alla bocca (rifatta?) di Alica Silverstone, un fenomeno generazionale fortunatamente scomparso mentre i comprimari, quelli decenti, come Donald Faison e Paul Rudd sono riusciti ad andare avanti formandosi una carriera magari solida.

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