La grande bellezza (Paolo Sorrentino, 2013)

di Fausto Vernazzani.

Sotto le palme della Croisette la gente sembrava divertirsi a strappar petali alle margherite sussurrando “Fellini, non Fellini” pensando all’ambizioso e mastodontico sforzo del napoletano Paolo Sorrentino. C’è chi all’estero è arrivato a parlare di remake in chiave moderna de La dolce vita, chi continua a impugnare la spada per difendere il riminese da ogni possibile accostamento al collega odierno. L’amicizia immaginaria tra La grande bellezza e il capolavoro di Fellini si stringe virtualmente, uno è la visione della Roma degli anni Sessanta, l’altro della Roma e dell’Italia tutta dei giorni nostri, rimasta incastrata con volgarità ai miti di ieri, morti e sepolti o, nel peggiore dei casi, a noleggio.

Il nostro caro Toni Servillo non è invitato a tuffarsi nella Fontana di Trevi, non è Marcello, ma è Jep Gambardella, una delle tante stranezze di Sorrentino, una caricatura, un personaggio poliedrico il cui scopo è quello di scoprire le tristi verità della realtà mondana di cui lui è il Re. Vive di feste sfrenate dove ballano candele consumate come l’alter ego di Serena Grandi, Lorena, artisti falliti come il Romano di un grande Carlo Verdone, le elucubrazioni filosofiche e radical chic di Stefania, Galatea Ranzi, a cui si aggiunge il falso matrimonio tra il nuovo ricco Lello, Carlo Buccirosso, e sua moglie Trumeau, Iaia Forte.

La grande bellezza

Gambardella è divenuto famoso grazie a un solo romanzo, L’apparato umano, scritto quarant’anni prima di questo suo festeggiamento per i 65 anni che fa da seconda apertura a La grande bellezza, iniziato con un siparietto un po’ scemo creato per celebrare la grazia d’una Roma ormai finita. In questo panorama Jep si presenta come un uomo scomodo, ma necessario; non ha simili nell’ambiente in cui vive, ma poter controllare le decisioni e l’esito di una festa lo fa sentire realizzato, fino a quando la scoperta della morte di una sua fiamma giovanile gli poggia sulle spalle il peso degli anni. Da lì si fa più vivo il rapporto col povero Romano, tra i tanti il personaggio più interessante insieme alla spogliarellista di mezza età Ramona di Sabrina Ferilli, le cui sorti seguono la vita dell’immaginazione di Jep, discontinua e fuori dai parametri cronologici standard. Un apparato narrativo imponente quanto la bellezza di Roma, tutta affidata all’antica civiltà su cui oggi pestano i piedi gli odierni italiani affamati di grandezza.

Tra queste caricature potrebbe perdersi Sorrentino, che con il suo crane vola come un fantasma da un punto all’altro della scena. Una regia libera che non sembra aver voglia di toccare terra, fastidiosa quando La grande bellezza volge il suo sguardo a una crisi sentimentale e spirituale che segna la spaccatura con l’antenato felliniano: gli orologi da polso iniziano a farsi campanili, i minuti suonano pesanti come campane a funerale e il tempo che fino ad ora era stato clemente lascia lo spazio alla noia. Seppur incisivi il cardinale di Roberto Herlitzka e il continuo gioco di contrasti e sgranature di Luca Bigazzi alle luci, Sorrentino e il suo Gambardella cascano nella megalomania, nel desiderio di voler raccontare anche la Roma del Vaticano, aggiungendo animali in CGI di terza mano come il continuo d’una storia che poteva finire con il disperdersi di Romano e Ramona. Romano e Ramona, i sinceri rappresentanti della vera e malata Caput Mundi.

La grande bellezza è in questo lontano da Fellini: non è malinconico, è tragico come la morte, e in questo ambiente inserisce una speranza per il futuro più simile alla redenzione che a un esame sociale come la risoluzione sulla spiaggia del viaggio di Marcello. È tuttavia una prova da superare per lo spettatore, per cui dev’essere d’obbligo osservare come il cinema napoletano stia portando avanti le sorti dell’Italia sui tappeti rossi internazionali, pur non riuscendo al cento per cento a colpire il bersaglio presentato all’inizio. Nasce a questo punto il dubbio su chi sarà davvero l’iniziatore del digressionismo, quel nuovo genere cinematografico che Lars Von Trier vorrebbe presentarci col suo attesissimo Nymphomaniac.

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6 pensieri su “La grande bellezza (Paolo Sorrentino, 2013)

  1. Sorrentino…Sorrentino..Si li ho visti tutti i suoi film precedenti. L’uomo in più,le conseguenze dell’amore,il divo e anche l’amico di famiglia,che belli. Poi Carosone dal cielo gli avrà cantato :tu vo fa l’americano,e così esce il suo film con Penn, è brutto?No,però…
    Mi sembra che Garrone sia concreto,marziale,implacabile,rigoroso,e allora la Morale sull’Italia appare vera e vibrante, lui ma che ne so..martini e oliva son sempre presenti eh!

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    1. Non posso che concordare con ogni cosa da te scritta. Garrone ha una sua idea ben precisa e lo si vede sempre, non ha bisogno di volare alto con il suo crane come fa Sorrentino, che è anche bravo, ma non tanto quanto molti vogliono farci credere. Questo suo stile io l’ho visto messo a miglior uso proprio col suo più atipico, This Must Be The Place, in cui tutto sembra un gioco, anche la sua regia arzigogolata!

      Fausto

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  2. Fausto, mi è strapiaciuta la tua recensione. Purtroppo non ho ancora visto il film e mi riprometto di farlo, a breve. Complimenti… ho condiviso… <3"

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    1. Spero che nel frattempo sia stato visto, è comunque una cosa che vale la pena di vedere, anche se non se ne esce soddisfatti al cento per cento, o almeno questo è stato il mio caso :)

      Fausto

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